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pubblicato il 5.02.09
Homeless, clandestini: Sistema assistenziale come sistema di controllo
·
Sistema assistenziale come sistema di controllo

mercoledì 19 settembre 2007

In questo breve studio vi è un capitolo estremamente esplicativo di ciò che intendiamo per “precarizzazione assoluta”. Per quanto selvaggia, oggi la precarietà è un prodotto del mercato del lavoro. Certo, i governi l’hanno favorita e legiferata ma in questo momento il lavoratore ha come controparte l’azienda o l’amministrazione, come nel pubblico impiego. Una riforma come quella che il ministro Damiano sta studiando invece introduce una forma di precarizzazione mista, prodotta dal mercato e controllata dallo stato o dagli enti locali. Un sistema di questo tipo non avrebbe rivali sociali. Leggere e ricordare per credere.


2 capitoli tratti da
Sergio Bologna
Nazismo e classe operaia 1933-1993

ed. Manifesto Libri

Dicevamo, per riprendere il discorso sul Partito comunista e per cercare di capire le sue difficoltà, anche nel momento dei suoi maggiori successi elettorali, che il suo potere virtuale nella società gli derivava dall' essere la maggiore organizzazione politica presente tra la massa dei disoccupati; questo significa che la vera controparte istituzionale della base comunista era l'amministrazione del Ministero del Lavoro addetta alla gestione dei sussidi di disoccupazione, cioè un apparato complesso e capillare, una delle colonne dello Stato weimariano; il Partito comunista doveva dimostrare la sua abilità nell' organizzare e gestire i conflitti sociali non sui luoghi di lavoro ma sui luoghi dell' assistenza.

Perciò è di fondamentale importanza, per capire la crisi di Weimar e il passaggio al nazismo, conoscere a fondo i meccanismi di controllo, di selezione e di disciplinamento di cui l'apparato assistenziale poteva disporre. L'aumento vertiginoso della disoccupazione conferì a questo apparato poteri larghissimi nella fase finale della Repubblica. potremmo dire che lo Stato, agli occhi del cittadino, non aveva altro volto identificabile se non quello dell' apparato assistenziale. I poteri discrezionali di questo apparato aumentarono man mano, la sua funzione di "sportello di sussidi" fu gradualmente sostituita dalla funzione di "raccolta d'informazioni sulla persona".

Gli ultimi governi di Weimar, i due gabinetti Briining, il gabinetto von Papen, il gabinetto von Schleicher, ben consapevoli del potere di controllo dell' apparato assistenziale, usarono la leva del sistema dell'Arbeitslosenversicherun g - dell' assicura zione obbligatoria contro la disoccupazione - con grande cinismo e spregiudicatezza per creare il massimo di segmentazione, di atomizzazione, all'interno della massa disoccupata. In che modo fu attuata questa politica? Con una serie di decreti (quindi con una procedura che esautorava il Parlamento) nei quali, volta per volta, si modificavano le condizioni di godimento del diritto ai sussidi; modificando le condizioni, alcuni gruppi sociali restavano esclusi, altri vedevano drasticamente ridotte le erogazioni; in molti casi i decreti, che tra l'altro creavano una grande confusione burocratica e agivano come costante fattore d'insicurezza, si limitavano semplicemente a indicare i gruppi sociali che venivano esclusi dal godimento dei sussidi di disoccupazione o dall' assistenza, per periodi talvolta transitori, altre volte per sempre o fino al prossimo decreto. Così persero il diritto al sostegno le donne giovani senza figli, i giovani al di sotto dei 21 anni, determinate categorie di lavoratori (in genere si colpiva gli strati più deboli e più ribelli).

L'argomento per giustificare i tagli e le esclusioni - che erano sempre accompagnate da qualche "regalino" per altri gruppi sociali in modo da acutizzare le divisioni - era sempre 10 stesso: la necessità di ridurre il deficit della finanza pubblica. Così milioni di disoccupati si sentivano costantemente minacciati anche in quello che era un loro diritto acquisito con anni di contributi; la gente, già ridotta alla disperazione per i prolungati periodi di mancanza di lavoro, aveva l'impressione che il governo giocasse alla roulette con le sue disgrazie. Insicurezza ed esasperazione crescevano, la voglia di farla finita con quel regime anche, ma 1'atomizzazione dei disoccupati impediva un ricompattamento sociale "a sinistra". La Sinistra politica non esisteva, la SPD difendeva il regime di Weimar come regime democratico, frutto delle conquiste dei lavoratori, la KPD ne voleva invece il superamento, 1'abolizione. I decreti che continuavano a cambiare le regole dell'assistenza contribuirono in maniera determinante ad aumentare la disoccupazione "nascosta", un numero sempre maggiore di persone cadeva al di fuori delle garanzie previdenziali, altri rinunciavano a fare appello a diritti continuamente messi in discussione.

Il sistema era articolato secondo tre forme di intervento: la prima era la Arbeitslosenunterstiitzung (ALU), ossia il sussidio di disoccupazione previsto dalla legge sull' assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione del 1927, di cui potevano usufruire soltanto coloro che avevano avuto un certo periodo contributivo, quindi coloro che erano stati occupati per più anni in maniera stabile.

La seconda forma di assistenza era detta Krisenunterstiitzung (KRU), ossia il sussidio previsto per situazioni eccezionali di crisi di singoli distretti industriali o di singole fabbriche (qualcosa che vagamente assomigliava alla nostra cassa integrazione straordinaria), ma di cui usufruivano prevalentemente coloro che non avevano raggiunto il periodo di contribuzione necessario a ottenere la ALU, quindi i precari, quelli che non erano riusciti a trovare un lavoro stabile e alternavano periodi di occupazione e periodi di disoccupazione; anche questa forma di sussidio era prevista dalla legge del 1927.

La terza forma di assistenza era invece prevista da una legge emanata nel 1924, che poteva dirsi una vera e propria legge di intervento sulla povertà; mentre i due sussidi precedenti venivano gestiti e erogati dagli Uffici del lavoro e quindi facevano parte di un sistema previdenziale statale, questo terzo tipo di sussidio veniva erogato dai singoli Comuni; la differenza fondamentale stava nel fatto che coloro i quali non avevano un periodo di anzianità lavorativa e contributiva sufficiente da potere godere dei diritti previsti dalla legge del 1927 ricadevano in questa forma di assistenza che non rappresentava un diritto maturato in base a un meccanismo previdenziale e assicurativo ma bensì un gesto di solidarietà del Comune di residenza fatto sulla base di criteri discrezionali, ad personam, e per di più con l'obbligo del rimborso; questa veniva chiamata la W ohlfahrtsunterstiitzung (WU).

Ora, il punto importante è questo: con la "Grande Crisi" si verificano a livello di massa periodi di disoccupazione sempre più prolungati e - dato che il sistema era concepito come un sistema a tre livelli - un numero sempre maggiore di persone che usufruivano del sussidio, in seguito al prolungato periodo di disoccupazione o veniva a perdere i diritti maturati in quanto non più contribuente oppure veniva a estinguersi il periodo di godimento previsto dai sussidi dei primi due livelli. Accade così che nel corso della "Grande Crisi" un numero sempre maggiore di persone esce dai primi due livelli e precipita nel terzo livello, con la conseguenza che i Comuni si trovano a dovere fronteggiare un intervento non previsto e soprattutto che i disoccupati ricevono un sussidio sempre più esiguo. In altri termini, i disoccupati diventano dei poveri assistiti, in che misura avessero diritto a un'assistenza lo decide non più una burocrazia ministeriale ma una burocrazia comunale talvolta impreparata ma soprattutto travolta dall'enorme massa di richieste che deve fronteggiare.

Per gli ultimi governi di Weimar questa situazione presenta (si fa per dire) un vantaggio, in quanto scarica il problema dell' assistenza dalle finanze statali alle finanze comunali. D'altro canto, cosa significa questo per i disoccupati e in particolare per il nucleo centrale della classe operaia, che veniva a trovarsi ricacciata in un sistema assistenziale che la equiparava agli strati più deboli e più marginali della società? Significa che gli operai diventavano "poveri" non solo di fatto ma anche di diritto. Il legame con uno "Stato sociale", su cui molto avevano puntato sia la socialdemocrazia sia i sindacati per dare senso di cittadinanza alla classe operaia nella Repubblica di Weimar e per inculcare in tal modo fedeltà alle istituzioni repubblicane, si frantumava e questo scollamento contribuiva a creare un ùlteriore senso di estraneità della classe rimasta senza lavoro nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni: quindi quando si dice che la classe operaia non difese adeguatamente la democrazia repubblicana occorre tenere presente che questa democrazia rappresentava ormai ben poco agli occhi del nucleo centrale della forza-lavoro.

Ricacciando i disoccupati nel sistema dell' assistenza comunale si formava un esercito di persone che andava a chiedere la carità a un funzionario che doveva, molto sulla base di un'impressione soggettiva, giudicare dei loro bisogni; i disoccupati potevano avere il sussidio soltanto se riuscivano a convincere il funzionario dell' assistenza con un colloquio individuale; si formava così una massa di milioni di persone ricattabili e, quel che più importa per il successivo Regime nazista, di schedati. Ma non basta. Come abbiamo detto, il sussidio erogato dai Comuni era soggetto all'obbligo del rimborso; si formava così una massa di indebitati a vita con le finanze comunali (nel 193 5, con abile mossa, Hitler emise un decreto con cui venivano cancellati tutti i debiti degli assistiti nei confronti dei Comuni).

Queste circostanze spiegano allora perchè, con il progredire della crisi, un numero sempre maggiore di persone rinunciò a ricorrere a qualunque forma di assistenza e andò ingrossando così sempre più il numero di coloro che non erano più registrati come disoccupati. Nasce quindi il problema politico, economico, sociale e statistico della cosiddetta" disoccupazione nascosta" durante la "Grande Crisi"; all'inizio della crisi le persone che godono di un diritto al sussidio di disoccupazione, quella che abbiamo chiamato la ALU, sono la grande maggioranza degli assistiti; nel 1933, mese di marzo, quando Hitler è già al potere e la disoccupazione raggiunge il suo culmine, sono diventati minoranza; la grande maggioranza è finita nel terzo contenitore, se immaginiamo questo sistema come un sistema di vasi comunicanti; si tratta di milioni di persone completamente in balia del sistema comunale di assistenza alla povertà.

A questi vanno aggiunti naturalmente coloro che, stufi di essere sottoposti a un sistema altamente discrezionale, di essere schedati e per di più di dovere un domani rimborsare i magri sussidi, andavano a ingrossare le file della" disoccupazione nascosta" e che sono - come già ho detto - il 32,5 % del totale degli assistiti nel 1930, il37% nel 1932, il 36, 6% alla fine del 1933 (dobbiamo tenere presente che questa flessione nel corso del 1933 è dovuta al ridursi della disoccupazione mediante i sistemi forzati di avviamento al lavoro introdotti dal nazismo, di cui parleremo tra breve).

Il risultato è quindi che negli anni di crisi la parte più debole del proletariato o è sottoposta al sistema di controllo e di ricatti della pubblica assistenza oppure semplicemente rinuncia all' assistenza e si trova priva di qualunque riferimento sociale e istituzionale che non fosse quello rappresentato, per una minoranza, dalle organizzazioni politiche. Tra queste organizzazioni, quelle che esercitavano la maggiore attrazione sulla massa di disoccupati e di sradicati erano il Partito nazionalsocialista e il Partito comunista, che in quegli anni colgono i maggiori successi elettorali nelle elezioni sia politiche che amministrative.

Ripetiamo ancora una volta, per essere più chiari: il problema non era solo quello della disoccupazione, era anche quello del sistema di gestione e assistenza alla disoccupazione e alla povertà. Il quale sembrava fatto apposta per determinare ulteriore atomizzazione all'interno del proletariato, come hanno sottolineato tutte le ricerche recenti su questi anni di crisi.

“Asociali”: dall'Ufficio di assistenza al Lager Le stesse ricerche e altre che si sono andate accumulando in questi ultimi anni hanno anche messo in luce come il sistema assistenziale e la burocrazia che lo amministrava siano sempre stati concepiti dal proletariato tedesco come una controparte con la quale misurarsi duramente. N elI' ultimo numero della rivista "Werkstatt Geschichte", il 4, del marzo scorso, sono riportate una serie di testimonianze di persone che raccontano la loro storia e le loro tribolazioni di poveri e disoccupati costretti a fare la fila davanti all'ufficio dell' assistenza negli anni '20; nella memoria di chi ha vissuto quegli anni il rapporto con l'ufficio di assistenza è sempre di tipo conflittuale; sono testimonianze che si riferiscono sia al periodo della grande inflazione (1923), sia al periodo successivo della razionalizzazione massiccia (1924-1928), sia al periodo della "Grande Crisi" (1929-1933).

Questi avvenimenti riducono in povertà persone di diversi ceti sociali, impiegati, commercianti, artigiani, che si trovano a fare la coda assieme agli anziani, alle ex prostitute, alle donne sole con figli, ai marinai senza imbarco, agli operai di fabbrica disoccupati, a giovani coppie prive di mezzi, a invalidi; una volta al giorno, una volta alla settimana, una volta al mese costoro debbono convincere i funzionari di turno della legittimità delle loro richieste, devono raccontare le loro storie personali, ripeterle, con un misto di umiliazione e rassegnazione. Il Partito comunista, sin da quando il sistema di assistenza fu sancito per legge, fece opera di agitazione e mobilitazione tra gli aspiranti all' assistenza perche superassero, con comportamenti collettivi l'intenzione della burocrazia di dividerli e perche non accettassero di presentarsi con atteggiamento dimesso ma con atteggiamento di chi rivendica un diritto.

In tal modo il comportamento degli assistiti, grazie alla propaganda comunista, divenne sempre più perentorio e aggressivo, creando forti reazioni nei funzionari e un irrigidimento della struttura. Nel numero della rivista citato, vengono infatti riportati decine di episodi di assalti, di scontri, di minacce ai funzionari, con continui interventi della polizia. Sono scene che accompagnano la vita quotidiana di tutta la Repubblica di Weimar, soprattutto nelle grandi città. Non bisogna dimenticare infatti che i Comuni, per quanto ricevessero delle apposite sovvenzioni dallo Stato e per quanto lo Stato fissasse dei criteri di massima, erogavano i sussidi a seconda delle loro possibilità finanziarie; nei piccoli Comuni, dove viveva la maggioranza della popolazione tedesca, evidentemente i mezzi disponibili per l'assistenza erano molto limitati; accadeva quindi che sia per quanto riguarda il livello dei sussidi, sia per quanto riguarda la base di utenza dell' assistenza, sia per quanto riguarda la forma del sussidio (che poteva in parte essere anche erogato in natura o su contropartita di lavoro) vi era un' enorme differenza da zona a zona e da Comune a Comune.

C'era poi il grande problema rappresentato dal numero veramente imponente di lavoratori migranti, che si spostavano da un luogo all' altro in cerca di lavoro e che chiedevano di ottenere assistenza non dal Comune di residenza ma da quello in cui si trovavano di fatto. Se questa situazione provocava tensioni e disagi già nel periodo precedente alla "Grande Crisi", si può immaginare quanti ne abbia provocati con lo scoppio e l'aggravarsi della crisi stessa e con il fatto che, come abbiamo visto, sul sistema di assistenza comunale si riversò di colpo una massa di milioni di persone, espulse dal sistema previdenziale statale; tuttavia fu proprio allora che il ruolo del sistema assistenziale, in quanto sistema di controllo e di schedatura, emerse in tutta la sua portata.

Con il radicalizzarsi dei rapporti tra la struttura e l'assistito nel corso della" Grande Crisi", la struttura stessa perde quasi del tutto il suo carattere di servizio sociale e diventa sempre più un sistema poliziesco supplente nei confronti delle parti più deboli della società, diventa un sistema che divide e seleziona sempre più, creando ulteriori fattori di degrado ma soprattutto istituzionalizzando le differenze. È qui che si innesta il sistema nazista. Uno degli argomenti di fondo della ricerca sugli emarginati nel periodo finale della Repubblica di Weimar riguarda il ruolo svolto dal sistema assistenziale. Su questo la nostra Fondazione ha fatto una ricerca molto importante, che riguarda la storia dell' assistenza comunale ad Amburgo (il volume, curato da Angelika Ebbinghaus, è uscito nel 1986 e ha per titolo Opfer und Tiiterinnen). Che cosa ha messo in luce questa ricerca? Che il personale della burocrazia assistenziale, in gran parte femminile, è passato senza traumi dal governo socialdemocratico al governo nazista. I nazisti hanno rilevato quasi tutto l'organico e gli hanno chiesto di lavorare come prima, cioè di continuare a esercitare la funzione di sorveglianza, controllo e schedatura e hanno costruito una struttura parallela di selezione degli emarginati, su basi biologiche e razziali.

La struttura assistenziale, fatta di operatori socio-sanitari oltre che di personale amministrativo, forniva una serie di informazioni sui singoli soggetti, sui singoli" casi" , alla struttura che doveva intervenire sul piano della segregazione o dell'annientamento fisico delle persone (internamento in campi di lavoro, in cliniche psichiatriche, o sedicenti tali, dove venivano praticate la sterilizzazione forzata e altri interventi di "eugenetica").

La maggioranza di queste persone venne ritenuta passibile di trattamenti di segregazione e di annientamento in quanto Asozialen, asociali, perche da troppo tempo disoccupati, perche avevano commesso piccoli delitti contro il patrimonio, perche si erano prostituiti, perche avevano malattie considerate ereditarie, perche erano portatori di invalidità gravi, perche avevano comportamenti matrimoniali o sessuali irregolari, perche avevano ripetutamente assunto atteggiamenti antagonisti e di protesta sul luogo di lavoro o contro rappresentanti di istituzioni (è il caso della maggioranza dei simpatizzanti comunisti), perche avevano cambiato troppo di frequente residenza o semplicemente perche erano stati colti troppe volte su mezzi di trasporto pubblici senza il biglietto.

Una larga parte dei poveri e degli emarginati venne quindi definita" asociale" sulla base delle informazioni raccolte dagli uffici di assistenza e riportate nelle schede personali e avviati quindi a un processo di selezione che non fu soltanto un processo di selezione razziale ma anche un processo di selezione sociale.

La maggioranza degli internati nei campi, all'inizio del regime nazista, era composta da questi cosiddetti" asociali", che successivamernte verranno chiamati con il termine di gemeinschaftsfremde ("estranei alla comunità"). Ancora nel 1941 c'erano 110.000 detenuti tedeschi non ebrei nei campi di concentramento, internati come Asozialen. La politica di selezione della razza non è quindi nata sull'antisemitismo, non è quindi nata su base etnica, ma è nata per affrontare la questione sociale, è nata per distruggere fisicamente gli emarginati (come riconosce anche lo storico George Mosse nella sua Intervista sul nazismo, ripubblicata da Mondadori l'anno scorso, la vera persecuzione contro gli ebrei cominciò nel 1937\38).

Su basi di selezione sociale degli emarginati si è sviluppata la cosiddetta politica eugenetica nazista o, come fu chiamata, la "polititica demografica" (Bevolkerungspolitik). I primi Lager furono le "case di lavoro" (Arbeitshiiuser), ossia gli ospizi dove erano alloggiati coloro che, in cambio del sussidio di assistenza, dovevano prestare un servizio di lavoro obbligatorio. È lì che è nato il sistema concentrazionario nazista. In base alla legge del 1924, istitutiva dell' assistenza ai poveri, veniva anche fissato per legge il lavoro coatto. Orbene, quando Hitler realizzò i primi provvedimenti di avviamento al lavoro per riassorbire a tappe forzate la disoccupazione, lo fece richiamandosi alla legge istitutiva del lavoro coatto. La legge del primo giugno 1933 (Gesetz zur Verminderung von Arbeitslosigkeit, ossia la "Legge perla riduzione della disoccupazione"), una delle leggi-quadro più importanti di politica attiva del lavoro, si richiama esplicitamente alle norme sul lavoro obbligatorio del 1924.

In questo contesto il rapporto di lavoro viene visto come un rapporto che non dà diritto a una retribuzione, perchè è parte di una erogazione assistenziale, quindi si pone al di fuori delle norme del diritto civile che regolano il rapporto di lavoro; non avendo il lavoratore diritto a una retribuzione, i servizi in natura che egli riceve, cioè vitto e alloggio, sono parte integrante dell' erogazione assistenziale, la quale si configura giuridicamente come un atto di diritto pubblico. Il riassorbimento della disoccupazione da parte del governo Hitler nei due anni successivi viene realizzato affidandosi a questo strumento di ordine giuridico. Il regime nazista si vantò di avere riassorbito nel giro di due anni un numero di disoccupati pari a circa 8 milioni; non bisogna però dimenticare che circa il 70% dei posti di lavoro creati dalla politica attiva dell' occupazione del regime nazista riguardava lavori che facevano parte del grande programma di opere pubbliche di tipo infrastrutturale (come le autostrade). La forza-lavoro così impiegata rientrava nel quadro giuridico del lavoro obbligatorio (P/lichtarbeit).

Questa è la ragione anche del crescente malcontento che si diffuse tra questi lavoratori e che negli anni 1935-36 diede luogo a quello che alcuni hanno definito un vero e proprio" ciclo di scioperi". Furono segnalate dalle autorità di polizia e dagli organi del Partito 260 fermate sul lavoro, la maggior parte delle quali si verificarono nei cantieri per la costruzione delle autostrade o in cantieri di altre opere pubbliche.

Gli scarsi dati a disposizione relativi alle figure che hanno svolto un ruolo di agitatori o di iniziatori o di organizzatori di queste fermate, mettono comunque in evidenza che la grande maggioranza degli operai più attivi nella protesta aveva dietro a se esperienze, sia pure brevi, di prigionia e di internamento nei campi. Questi elementi, e il dato di fatto che la grande maggioranza dei lavoratori sono stati avviati al lavoro in maniera più o meno coatta, rendono poco credibile la tesi che il regime nazista sia stato un esempio molto avanzato di keynesismo. Più esatto . sarebbe dire che il regime nazista ha combinato assieme alcune formule che potremmo chiamare keynesiane (finanziamento di opere pubbliche per creare posti di lavoro) con i meccanismi di tipo assistenziale ereditati dall' epoca weimariana e con - fattore assolutamente fondamentale - un sistema di coercizione e di repressione dentro il quale il Lager è una componente essenziale della politica del lavoro.

Insomma l'erogazione di spesa pubblica per riassorbire disoccupazione potè sussistere solo all'interno di un regime del lavoro dove non solo sono sospese le variabili di mercato ma sussiste una vastissima area in cui il lavoro è considerato al di fuori delle regole del codice civile ed è un fattore affidato in buona parte alla discrezionalità del potere esecutivo, "cioè è un lavoro militarizzato. Dunque l'atteggiamento prevalente del nazismo nei confronti della classe operaia è quello che porta non alla sua promozione e/o emancipazione (come sostiene Zitelmann) ma alla sua militarizzazione.

http://www.precaria.org/index.php/Intelligence-Precaria/Sistema-assistenziale-come-sistema-di-controllo.html

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