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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 6.08.21
Mario tuti: profilo di uno stragista
·
I 40 ANNI DI STRAGI E DELITTI DI MARIO, ' IL GEOMETRA NERO'

FIRENZE Tuti geometra Mario, via Cavour 48, si legge nell' elenco telefonico di Empoli. Il neofascista che capeggia la rivolta di Porto Azzurro è ancora abbonato alla Sip ma nell' appartamento ci vive soltanto la madre.
La moglie, Loretta Ruggeri, l'ha lasciato portando con sé i due figli ed è anche riuscita, dopo una breve battaglia legale, a cambiare cognome. Mario, l' impiegato modello del Comune di Empoli, l' uomo che amava, non esiste più.
Ormai c' è solo il feroce capo del Fronte nazionale rivoluzionario, il camerata che ha ucciso due agenti di polizia, che è stato riconosciuto colpevole della strage avvenuta sul treno Italicus, l' ergastolano che non ha esitato a massacrare, insieme a Pierluigi Concutelli, Ermanno Buzzi, il duro che ha continuato a lanciar messaggi ai neri in libertà, sempre pronti a vendicarlo, a uccidere in suo nome.
E' una strada lastricata di sangue quella su cui cammina Mario Tuti, uomo spietato e crudele.
Ai magistrati ha sempre risposto in modo sprezzante.
Odia il sistema, propugna la rivoluzione fascista e in Corte d' Assise saluta romanamente i giudici che lo condannano all' ergastolo.
Ma non è un folle.
Mario Tuti è lucido, attento, infido.
Si considera prigioniero politico, non si è mai pentito, non ha mai chiesto perdono.
Ha 41 anni e non dovrebbe più uscire dal carcere.
Deve scontare due ergastoli, vent' anni di reclusione. Ancora deve esser processato per un attentato avvenuto nei pressi di Incisa Valdarno, per l' assassinio di Buzzi, ucciso perché s'era deciso a raccontare quello che sapeva sulla strage di Brescia e per l' omicidio di Mauro Mennucci, il giovane pisano che 12 anni fa lo aiutò a fuggire dall' Italia ma che poi parlò.
Mario Tuti aveva giurato di vendicarsi e cinque anni fa Mennucci è stato trucidato da un commando dei Nar. Tuti in primo grado è stato assolto per insufficienza di prove ma per l' accusa è il mandante. E' ancora un capo carismatico, uno dei cervelli dell' eversione neofascista.
In carcere ha cominciato a studiare, con ottimo profitto, agraria ed è vicino alla laurea ma continua a ritenersi un rivoluzionario pronto a tentare la fuga come aveva fatto mentre si trovava nel supercarcere di Volterra.

La tranquilla vita di Empoli è ormai lontanissima. Lì praticava arti marziali, collezionava armi e nell' industriosa cittadina lo consideravano un bravo giovane tanto da essere raccomandato dal vescovo.
Diplomato all' istituto tecnico per geometri, prima alle dipendenze della Pirelli e poi del Comune di Empoli, era un uomo dai due volti. Apparentemente era un pacifico impiegato e un marito esemplare.
Ma Tuti in realtà covava un sordo rancore verso questa democrazia senza popolo, verso un regime così scrisse in un diario che gli fu sequestrato dodici anni fa sempre più dispotico e partitocratico.

La storia Mario Tuti comincia nel 1970 quando si iscrisse al Movimento sociale, alla sezione di Pisa.
Era già adulto, aveva 24 anni e credeva nel fascismo.
Ad impegnarmi politicamente aspettai racconta nel diario che ha disconosciuto ma che una perizia ha dichiarato sicuramente autentico di aver raggiunto una certa maturità culturale, ideologica e perché no, anche di combattimento.
Il Movimento sociale era troppo stretto per quel giovane alto, asciutto e robusto anche perché il partito evolveva in senso conservatore e reazionario.

E il placido geometra si avvicinò agli extraparlamentari, a Ordine nuovo.
A Empoli diffondeva un mensile della destra eversiva L' orologio. Ordine nuovo fu sciolto con decreto del ministero dell' Interno ma Tuti era sicuro che l' ora della rivoluzione stava per scoccare. Nei primi mesi del 1974 con alcuni amici decidemmo di creare il Fronte nazionale rivoluzionario narra ancora Tuti gruppo armato di lotta contro il sistema diffuso nell' Italia Centrale e prevalentemente in Toscana, articolato in cellule corrispondenti ai vari capoluoghi di provincia.
Il capo era lui, collegato con l' Italia dei neri, esperto d' armi e di esplosivi.
Gli amici si chiamavano Luciano Franci, Augusto Cauchi, Giuseppe Pugliese. Un gruppo formato da una ventina di persone che ben presto passò all' azione.

Il 4 agosto del 1974 un ordigno esplode sul treno Italicus: dodici i morti, decine i feriti. Ma le bombe non erano finite.
Nel mese di dicembre e nel gennaio del 1975 due ordigni fecero saltare la linea ferroviaria Firenze-Roma, crollò un traliccio dell' Enel a Pistoia.
Le indagini, che ancora oggi sollevano molte perplessità, furono portate avanti dalla procura della Repubblica di Arezzo.
Qui fu bloccato l' attendente di Tuti, Luciano Franci. Il 24 gennaio del 1975 tre agenti del commissariato di Empoli si presentarono a casa del geometra per controllare la collezione di armi.
Non sapevano che era il capo del Fronte nazionale rivoluzionario, che era responsabile della strage dell' Italicus.
Tuti avvertì il pericolo, capì che l' arresto era imminente e sparò. Uccide il brigadiere Leonardo Falco e l' appuntato Giovanni Ceravolo. Scappò dirigendosi verso la Francia dopo aver messo a punto un altro attentato: il 12 aprile del 1975, nei pressi d' Incisa Valdarno, esplose una carica di dinamite. La strage fu evitata per caso.

Tuti venne catturato a Saint Raphael, dopo un furioso conflitto a fuoco, il 27 luglio del 1975. In Italia l' avevano già processato per direttissima per il duplice omicidio e condannato all' ergastolo.

Tornò in patria, in manette, il 13 dicembre del 1975 e iniziarono i processi, le inchieste alcune delle quali stanno concludendosi soltanto ora.
Ci sono voluti dodici anni per cominciare a sbrogliare l' intrigata matassa della strategia della tensione, per trovare la conferma di quanto si sospettava: Tuti era uno dei protagonisti principali della versione nera, uno pronto alla strage.
Un ruolo che il geometra mantiene anche in carcere dove non esita a uccidere e a capeggiare, come sta accadendo a Porto Azzurro, rivolte.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/08/26/40-anni-di-stragi-delitti-di.html


Mario Tuti (Empoli, 21 dicembre 1946) è un ex terrorista italiano.


Fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario, a metà anni settanta aderisce alla lotta armata. Arrestato il 27 luglio del 1975 e condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per aver guidato la rivolta dei detenuti nel carcere di Porto Azzurro nel 1987, nel 2013 ha ottenuto la commutazione della pena in regime di semilibertà (2004).[1]

Durante gli anni della lotta armata era soprannominato caterpillar.[2]
Indice

1 Biografia
1.1 La lotta armata
1.2 Il carcere
1.3 La semilibertà
2 Note
3 Bibliografia
4 Voci correlate
5 Collegamenti esterni

Biografia

Nato e cresciuto ad Empoli, di famiglia originaria del Friuli, dopo gli studi superiori da geometra, nel 1967 si iscrive alla facoltà di Architettura di Firenze. Terminato il servizio militare, nel 1968, in piena contestazione giovanile, fa ritorno a Firenze[3] dove conseguirà la laurea nel 1971 per poi sfruttare il suo diploma da geometra per essere assunto prima alle dipendenze della Pirelli e poi come impiegato comunale nella sua città natale, Empoli.[4]

Esperto cacciatore e con la passione per le armi, nel 1970 si iscrive alla sezione pisana del Movimento Sociale Italiano, per poi avvicinarsi agli ambienti della destra extraparlamentare una volta convintosi che il partito, suo malgrado, stava evolvendo in senso conservatore e reazionario.
La lotta armata

Nel 1971 aderisce a Ordine Nuovo e si impegna, a Empoli, nell'attività politica anche attraverso la distribuzione del mensile L'orologio, rivista dell'area della destra radicale. Lo scioglimento, per decreto ministeriale, di ON nel 1973 segna l'inizio di un periodo di riflessione personale che lo porterà ben presto a maturare la decisione di convertirsi alla lotta armata anche attraverso la frequentazione degli ambienti della destra locale e pur senza una vera e propria strategia politico-rivoluzionaria.[5]

Nei primi mesi del 1974 fonda il Fronte Nazionale Rivoluzionario[6], un'organizzazione armata ispirata al fascismo rivoluzionario e agli ideali della Repubblica Sociale Italiana. È formata da un nucleo molto ridotto di estremisti toscani, tutti legati a Tuti. Per quanto dichiarato da Tuti stesso, al contrario di altre formazioni della destra radicale di quel tempo, Il FNR intendeva segnare una decisa rottura con la vecchia guardia del fascismo golpista e colluso con gli ambienti dei servizi segreti. In realtà il primo terrorista a parlare di correlazioni con la P2 è proprio un esponente del Fronte Nazionale Rivoluzionario: Luciano Franci nel 1976 di fronte al giudice Vigna[7].

Il Fronte Nazionale Rivoluzionario emerge ad inizio 1975 con una serie di attentati ad Arezzo: tra il 31 dicembre del 1974 e l'8 gennaio del 1975 avvengono tre attentati ferroviari nella tratta Arezzo-Chiusi, uno dei quali è una mancata strage[8], ordigni posizionati da membri del Fronte Nazionale Rivoluzionario. La stessa frangia terroristica effettuò anche un attentato minore, quello che provocò il crollo di un traliccio dell'Enel nei pressi di Pistoia.

La notte del 22 gennaio 1975, nell'ambito delle indagini dell'antiterrorismo nei confronti di componenti del Fronte, vengono arrestati Luciano Franci e Piero Malentacchi, che si stavano recando ad un loro deposito di esplosivo nei pressi di Castiglion Fiorentino in procinto di compiere un attentato alla Camera di Commercio di Arezzo. Viene rinvenuto il volantino di rivendicazione dell'attentato (a firma FNR) e trovati altri depositi di esplosivo. A loro viene collegato Mario Tuti, sia tramite le agende di Franci, sia tramite intercettazioni telefoniche fra l'amante di Franci, Margherita Luddi e appunto il geometra empolese. Nella notte Tuti viene avvertito dell'imminenza del mandato di cattura, ma non fugge dal proprio appartamento.

Il 24 gennaio, dopo le 20, tre agenti di polizia di Empoli arrivano a casa di Tuti per una perquisizione: il brigadiere di polizia Leonardo Falco, gli appuntati Giovanni Ceravolo e Arturo Rocca. Non hanno assolutamente idea che Tuti sia un terrorista, pensano che sia solo un collezionista di armi. Nella perquisizione viene rinvenuta una bomba a mano militare modello SRCM. Tuti ha nascosto anche un mitra con il quale uccide i primi due agenti, mentre il terzo, Arturo Rocca, viene gravemente ferito.[9]

Così Mario Tuti descrisse, in un suo memoriale consegnato alla stampa nel febbraio 1975, il fatto:

«Mi trovavo, venerdì 24 gennaio 1975 nell'abitazione dei miei suoceri, sottostante al mio appartamento, quando sentii suonare, aperta la porta mi trovai di fronte tre individui in borghese che riconobbi come agenti del locale Commissariato di Polizia. In seguito le notizie sono state artefatte per mascherare l'incapacità e l'impotenza delle forze del regime, che superiori in uomini e mezzi e con il vantaggio della sorpresa e dell'imbroglio sono state sconfitte dalla prima reazione decisa di un combattente nazional rivoluzionario.»
(Autointervista Tuti – 26 febbraio 1975 - La strage dell'Italicus - 4 agosto 1974)

Dopo il duplice omicidio Tuti riesce a fuggire e a trascorrere nei primi mesi la sua latitanza in Toscana, grazie anche alla copertura di una rete di complicità. Subito dopo si dirige poi prima ad Ajaccio e successivamente in Francia. In difficoltà economica, Mario Tuti tenta di effettuare una rapina al comune di Empoli, ma viene riconosciuto ed è costretto a fuggire. Viene identificata l'auto, appartenente a un ordinovista pisano, Mauro Mennucci; questi, stretto dagli inquirenti, rivela il nascondiglio di Tuti in Francia.

Il 27 luglio del 1975 viene infine catturato nei pressi di Saint Raphael in un'azione congiunta fra polizia italiana e francese: ormai braccato, Tuti spara ancora per uccidere, ma viene a sua volta gravemente ferito al collo dall'agente italiano dott. Vecchi, che lo colpisce con una calibro 6,35 che teneva nel taschino.

Secondo Mennucci, Mario Tuti avrebbe compiuto un altro attentato ferroviario, il 12 aprile del 1975, nei pressi d'Incisa Valdarno, dove la strage fu evitata solo per caso; per questo fatto Tuti fu indagato, ma non furono raccolti riscontri al racconto di Mennucci (che nel frattempo, luglio 1982, viene ammazzato da Fabrizio Zani).
Il carcere

Estradato in Italia, il 13 dicembre 1975, dove nel frattempo era già stato processato per direttissima per il duplice omicidio dei due agenti e condannato all'ergastolo, il 16 maggio 1975, in contumacia. Una condanna che diventerà poi definitiva il successivo 30 novembre del 1976.[4]

Sempre nel 1976, nel processo contro il Fronte Nazionale Rivoluzionario per gli attentati sulla ferrovia Firenze-Chiusi, Tuti riceve un'ulteriore condanna a 20 anni di reclusione per strage, detenzione illegale di esplosivi e di armi da guerra e di riorganizzazione del Partito fascista.[4]

Tuti finisce imputato, con altri esponenti del Fronte Nazionale Rivoluzionario, per la strage dell'Italicus, sulla base delle dichiarazioni di Aurelio Fianchini (compagno di detenzione di Luciano Franci), del giornalista Giovanni Spinoso (che raccolse informazioni in Corsica fra estremisti latitanti) e del pentito Stefano Aldo Tisei. L'istruttoria, che si concluse il 1º agosto 1980[10], vide il rinvio a giudizio, tra gli altri, anche di Tuti, accusato di aver fornito l'esplosivo per la strage. Nei successivi processi, Tuti verrà assolto in primo grado e condannato all'ergastolo in appello. La Cassazione, presidente Corrado Carnevale, poi annullerà la sentenza d'appello dando un indirizzo che determina l'assoluzione definitiva nel 1992.[11][12]

Durante il carcere Mario Tuti produce un documento dove è spiegata la sua ideologia terroristica:

«Il terrorismo, sia indiscriminato che contro obiettivi ben individuati, e il suo potenziale offensivo (è stato definito l’aereo da bombardamento del popolo) […] può essere indicato per scatenare l’offensiva contro le forze del regime contando sull’impressione prodotta sia sul nemico che sulle forze almeno in parte a noi favorevoli. […] È indubbio che si avrà quasi automaticamente un estendersi della lotta armata, favorita anche dalla prevedibile recrudescenza della repressione […]. Il cecchinaggio, pur valido da un punto di vista tattico, non è di per sé sufficiente a mettere in crisi le istituzioni e per questo dovrà essere affiancato, da un punto di vista strategico, da metodi di lotta di più ampia portata e di maggiore coinvolgimento […]. La massa della popolazione sarà portata a temerci ed ammirarci, disprezzando nel contempo lo Stato per la sua incapacità»

[13].

Recluso nel carcere di Novara, il 13 aprile 1981 Mario Tuti, assieme a Pierluigi Concutelli, uccide un altro neofascista, Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, del 28 maggio 1974.[14] Anche per questo omicidio Tuti verrà condannato all'ergastolo. Tuti aveva già preannunciato in qualche modo la morte di Buzzi, scrivendo sulla rivista carceraria Quex che questi fosse un infame. Secondo il giudice Zorzi il delitto si legherebbe a quello di Mennucci, un "meccanismo di do ut des", in cui vengono eliminati due testimoni dell'estrema destra scomodi[15].

Dal 25 agosto al 1º settembre 1987 Mario Tuti guida la rivolta dei detenuti nel penitenziario di Porto Azzurro all'isola d'Elba, che gli costerà l'ennesima condanna a 14 anni e due mesi di reclusione.[16]
La semilibertà

«Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto. Il carcere cambia radicalmente le persone e, anche se non amo definirmi pentito, oggi non sono socialmente pericoloso e non mi ritengo neppure una persona malvagia. Con la mia coscienza, però, il conto è ancora aperto. Non ucciderei più, ma ciò non mi consola. Provo un dolore profondo e incancellabile per ciò che ho commesso.»
(Tuti intervistato da Marco Gasperetti[14])

Nonostante non si sia mai pentito o dissociato, a partire dagli anni novanta, quando era recluso nel penitenziario di Civitavecchia, Tuti muta il suo atteggiamento carcerario e diventa un detenuto modello, cominciando un'attività di produzione artistica e multimediale: contemporaneamente riesce anche a ottenere i primi permessi per visitare l'anziana madre a Empoli.[14]

Trasferito nella sezione di massima sicurezza del carcere livornese delle Sughere, grazie ad un progetto dell'Arci locale, realizza Dead can dance, un video contro la pena di morte.[4]

Dopo aver respinto per due volte la sua richiesta, il tribunale di sorveglianza di Firenze, il 20 febbraio del 2004[17], gli concede la semilibertà e la possibilità di lavoro esterno con gli ex tossicodipendenti della comunità Mondonuovo di Tarquinia.[16]

Recita come co-protagonista nel 2015 nel film indipendente Espero di Alessandro Quadretti[18], che gira diversi festival. Nel 2020 partecipa con un'intervista al documentario Maurizio Murelli - Non siamo caduti in autunno di Umberto Baccolo. Attualmente in lavorazione il film Tenere crudeltà di Umberto Baccolo dove recita un ruolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Tuti#Il_carcere

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