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25.07.18 L’autrice del post sullo smalto di Josepha: “Twittare è il mio lavoro. Mi finanzia CasaPound”
19.07.18 Come Verona è diventata l’incubatrice dell’odio
16.07.18 Una breve storia dei rapporti della Lega con i fascisti di Lealtà e Azione
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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio
a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 20.11.18
Bolivia: Il neofascista italiano Diodato tra i registi della strage di Pando
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Bolivia: Il neofascista italiano Diodato tra i registi della strage di Pando

Nelle indagini condotte per fare luce sul massacro di 15 contadini indigeni avvenuto l'11 settembre scorso nel dipartimento di Pando emerge la pista neofascista italiana. L'ex parà cinquantenne di origini abruzzesi Marco Marino Diodato sarebbe secondo Michel Irusta, giornalista ed ex parlamentare boliviano, legato al prefetto di Pando, Leopoldo Fernández, in questo momento agli arresti per aver violato lo Stato d'Assedio imposto nel dipartimento, e con lui e altri in combutta nel finanziare le squadre di sicari responsabili del massacro dell'11 settembre. Dello stesso avviso il giornalista Wilson García Mérida, secondo il quale Diodato avrebbe operato recentemente nei dipartimenti “ribelli” della mezzaluna (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija) “organizzando squadre di assassini”. Il neofascista, trasferitosi in Bolivia alla fine degli anni Settanta, in passato ha lavorato per il dittatore Hugo Banzer, di cui sposò la nipote, e Luis García Meza. Accusato di gestire un clan di narcotrafficanti, è stato condannato a 10 anni e dal 2004, dopo un'evasione, è latitante.

Diodato, lo sterminatore, ha finto la propria morte per continuare ad agire nell'ombra
di Wilson García Mérida

(Datos & Análisis) - Marco Marino Diodato, lo sterminatore giunto in Bolivia con i mercenari portati da Klaus Barbie per appoggiare il colpo di stato di García Meza, non sarebbe l'unico criminale ad avere finto la propria morte per sfuggire alla giustizia. Si dice che si sia suicidato in seguito a una crisi depressiva, ma non ci sono prove legali di questo. È ricercato per l'orribile assassinio di un magistrato di Santa Cruz che indagava su di lui, Mónica von Borries, ed esiste più di un indizio che sia tornato nella cerchia di latifondisti che lo proteggono; gli stessi che hanno plaudito al massacro dell'11 settembre a Pando.

Nel 1992 nella sezione dei necrologi di Los Tiempos apparve un avviso che annunciava la morte negli Stati Uniti di un noto narcotrafficante, “Adrián”, legato alla banda di Jorge Roca Suárez (noto come “Tetto di Paglia”). L'annuncio causò ilarità a Cochabamba, perché tutti sapevano che quel pichicatero (trafficante di cocaina, NdT] che riciclava dollari per mezzo di catene di ristoranti, motel e postriboli era vivo e vegeto a San Diego, California, con una nuova identità e ben protetto dalla DEA (il dipartimento antinarcotici statunitense); però, prima della sua morte, fu prosciolto dalle accuse di diversi delitti commessi da “Adrián” in Bolivia.

Pochi anni prima, nel 1989, si parlò della morte, nel dipartimento di Beni, del mafioso Yayo Rodríguez Román, accusato di avere diretto il sequestro e l'assassinio di 36 piloti brasiliani i cui corpi furono trovati in una fossa comune scoperta nella fattoria del narcotrafficante. La banda di Yayo Rodríguez rubava aerei alla frontiera con il Brasile, uccidendone i proprietari, per poi riattarli perché avessero una maggiore autonomia che consentisse loro di arrivare fino al Golfo del Messico (una rotta liberata dalla DEA per il narcotraffico boliviano “post Roberto Suárez”) dove si scaricava la droga, dopo di che gli aerei “usa e getta” erano buttati a mare. Yayo Rodríguez fu sepolto con funerali solenni ma non si vide mai il suo cadavere. Quando la procura chiese di riesumarlo nella bara si trovarono solo pietre.

Tra i mafiosi in generale, e tra i criminali del narcotraffico in particolare, è comune lo stratagemma di fingersi morti per sfuggire efficacemente alla legge in caso di reati estremi come l'omicidio premeditato. Ma “muoiono” anche nell'ambito di azioni di copertura escogitate dalla DEA e dalla CIA quando questi organi – che non hanno scrupoli ad allearsi per ragioni politiche con criminali incalliti – li inseriscono nei loro “programmi di protezione testimoni”.

Sia come sia, nella sua edizione del 13 aprile scorso El Deber di Santa Cruz ha dato la notizia della “morte” di Marco Marino Diodato, il paramilitare e narcotrafficante italiano giunto in Bolivia con i mercenari di Klaus Barbie per appoggiare il colpo di Stato di Luis García Meza nel 1980. Diodato, sposatosi con una nipote dell'ex dittatore Hugo Bánzer Suárez, fuggì da Santa Cruz nel 2004 e fu accusato di avere ucciso con un'autobomba la pm Mónica von Borries. L'insolita notizia della morte dell'assassino, non confermata in assoluto, non è che il vecchio trucco tanto comune tra mafiosi di tal fatta.


Chi è, o era, Marco Marino Diodato

La notizia è stata ripresa anche dai mezzi di informazione italiani: secondo i due giornalisti boliviani Aldo Michel Irusta e Wilson García Mérida dietro il massacro dell'11 settembre a El Porvenir, in Bolivia, dove squadre di sicari legate ai gruppi civici che si battono contro Evo Morales hanno ucciso quindici contadini indios che si stavano recando a una manifestazione a favore del presidente, ci sarebbe l'italiano Marco Marino Diodato.

Diodato, nato a San Giovanni Teatino in provincia di Chieti poco più di cinquant'anni fa, si trasferì in Bolivia all'inizio degli anni Ottanta, come i tanti neofascisti italiani che ripararono in Spagna o in America Latina, in paesi governati da regimi dittatoriali a quali spesso prestarono i loro servigi legandosi con le locali élite del potere e ricevendone protezione. A Santa Cruz Diodato sposò la nipote del generale Hugo Banzer (di fatto al potere dal 1971 al 1978 e poi eletto dal 1997 al 2001). Paracadutista (ha fatto parte anche dell'esercito boliviano, nel quale avrebbe creato fra il 1994 e il 1995, secondo Giovanna Vitrano, in selvas.org, 2004, “la FRIE, la Fuerza de Reacion Immediata del Ejercito, un gruppo di paramilitari chiamati a ‘proteggere’ i civili dagli attacchi terroristici dei narcotrafficanti”), Diodato avrebbe offerto la propria consulenza e fondato gruppi paramilitari per proteggere i latifondisti, oltre a far fortuna come “imprenditore”. Nel 1999 venne arrestato per un'inchiesta su cellulari clonati delle Forze Armate e in seguito accusato anche di riciclaggio e traffico di armi e di droga (insieme al padre Tullio, un console onorario e altri italiani residenti in Bolivia). Le indagini riuscirono ad arrivare fino ai suoi legami con il boss mafioso Nitto Santapaola.

Fuggito il 31 gennaio del 2004 dalla clinica nella quale era ricoverato per problemi cardiaci (lasciò un biglietto su cui stava scritto che “La massima espressione di codardia e violenza è quando usano la giustizia per ottenere la condanna di innocenti. È tornata l'ora di tornare alla lotta per morire come un soldato”), è rimasto negli ambienti nell'aristocrazia bianca della “mezzaluna” boliviana ed è diventato uno dei consiglieri del prefetto di Pando Leopoldo Fernandez (arrestato dopo il massacro di El Porvenir), oltre che consulente e membro onorario dell'Unione della Gioventù di Santa Cruz e tra gli animatori dei gruppi civici che si oppongono al presidente Morales per l'autonomia regionale e che negli ultimi due mesi sono giunti e porre in atto un vero e proprio tentativo di colpo di stato.

Diodato è accusato anche della morte del magistrato che indagava su di lui (e che in quel periodo stava indagando sull'acquisizione di grandi appezzamenti di terreno da parte di un gruppo boliviano-cileno forse legato a Diodato), Mónica Von Borries, rimasta uccisa nell'esplosione di un'autobomba nel febbraio 2004.

È stata in seguito diffusa la notizia della morte di Diodato, che si sarebbe impiccato in una tenuta chiamata Coloradillo nel marzo del 2004 per una grave depressione: è la tesi sostenuta da Herland Campos Reimers nel suo libro Diodato: el final de un fugitivo e ora messa in dubbio dai due giornalisti boliviani Irusta e García Mérida.

Complicata e strana storia, quella di Diodato, sempre collegato insistentemente con vicende di mafia e narcotraffico (e qui si sospetta la mano della DEA, l'antinarcotici statunitense) mentre altri indizi sembrano piuttosto far ritenere che i suoi affari si fossero intrecciati con quelli di qualche impresa criminale legata ai giochi di potere dei grandi latifondisti per l'appropriazione delle ricchissime terre dell'Oriente boliviano (non a caso Mónica von Borries stava indagando in questa direzione). –MV, Tlaxcala



Requiem per un senz'anima?

Il quotidiano El Deber, nell'edizione citata, ha pubblicato un'intervista con il giornalista Herland Campos Reimers, che in un libro intitolato Diodato: el final de un fugitivo sostiene l'“ipotesi” che il mafioso si sarebbe “impiccato a un albero in una proprietà chiamata el Coloradillo, ubicata a sei chilometri dalla città di Warnes, nel marzo del 2004, vale a dire un mese e mezzo dopo la fuga avvenuta il 31 gennaio dalla clinica Bilbao dove era ricoverato in custodia cautelare”.

Secondo questa “ipotesi” la causa della fatale decisione sarebbe stata “una depressione causata dal sentirsi abbandonato dagli amici e dai familiari, senza soldi, e dalla relazione della moglie con suo fratello in Italia”.
Campos ha assicurato che ha cominciato a raccogliere le informazioni per il suo libro quando ha conosciuto il cacciatore e pescatore Luis Fernando Finetti Justiniano, di origini italiane, che “aveva lavorato per Diodato nelle attività di gioco d'azzardo ed era uno dei suoi pochi amici”.

Finetti era un grande appassionato di pesca, come l'autore del libro, e in una tante uscite insieme si è fatto il nome di Diodato. “Quando l'italiano è scappato gli ho chiesto [a Finetti] se sapesse dove fosse, ma lui si è rifiutato di parlare, ho insistito che non avrei fatto niente per danneggiarlo ma non ha detto niente. Ho capito che lo stava proteggendo, che sapeva dov'era nascosto, così gli ho dato il mio biglietto da visita”, ha raccontato Campos.
“Sono passati più di tre anni, e un giorno di maggio del 2007 ho ricevuto una telefonata. Era Finetti, che mi offriva informazioni su Diodato. Sono andato nel luogo convenuto, dalle parti di Warnes, dove mi ha raccontato in lacrime che il suo amico era morto. Si era impiccato a un albero, ha detto. Mi ha raccontato che aveva sepolto il corpo di Diodato in questa proprietà e che aveva fatto passare del tempo prima di chiamarmi. Nel nostro incontro si è offerto di portarmi sul posto dove diceva di aver sepolto il corpo, e mi ha dato alcune indicazioni per arrivarci. Ci siamo accordati per un nuovo incontro, però pochi giorni prima Finetti ha avuto un incidente. È morto il 27 maggio 2007 mentre usciva dal distributore che si trova vicino alla fabbrica del latte a Warnes. È stato investito alle spalle. La Polizia non ha dato importanza al fatto, ma poteva esserci dietro qualcuno”, ha raccontato Herland Campos al giornalista Igor Ruiz di El Deber. (In ogni caso, è assai probabile che sia stato lo stesso Diodato ad assassinare Finetti).

Campos dice che “la vera indagine” sul caso Diodato è nata dopo la morte del suo informatore. “Ho intervistato uno dei suoi cugini e gli altri pescatori. Uno di loro mi ha portato fino a Coloradillo, dove ho trovato uno stivaletto militare che apparteneva Diodato. Ho le prove e molte informazioni da dare alla giustizia se vorrà esumare il corpo dell'italiano”, ha assicurato. Nel suo libro Campos include anche delle interviste agli amici di Finetti, secondo i quali “il cacciatore aveva loro confessato di aver protetto l'italiano, e che questi era morto impiccato”.

Ma diversi mesi dopo la pubblicazione di questa “rivelazione” le autorità politiche e giudiziarie che ricercano Diodato per l'omicidio di Mónica von Borries non hanno ancora trovato il presunto cadavere. Al contrario, in questi giorni circolano voci insistenti secondo cui il pericoloso mafioso sarebbe stato visto vivo e vegeto nelle zone della mezzaluna dove c'è stato lo spietato massacro di Pando, lo scorso 11 settembre, e si è assistito ad altre azioni criminali caratteristiche di un colpo di Stato.

Diodato e Leopoldo Fernández

Tra maggio e giugno di quest'anno il dipartimento di Pando – zona che si trova sotto l'autorità di Santa Cruz nel territorio della mezzaluna che mira a separarsi dal governo indigeno di Evo Morales – è diventato scena di un'ondata di crimini e omicidi commessi da sicari del narcotraffico, che impunemente e con la protezione del “governatore” separatista Leopoldo Fernández imperversano in quel remoto territorio amazzonico della Bolivia. In meno di un anno ci sono stati più di 30 “regolamenti di conti” con esecuzioni in pubblico compiute da assassini mercenari venuti dal Brasile, dove, secondo quanto dimostrano le prove giudiziarie, Diodato reclutava i membri della sua banda.

Questa presenza criminale, promossa e organizzata dalla Prefettura di Leopoldo Fernández, recava l'inconfondibile marchio di Marco Marino Diodato, il quale – secondo fonti poliziesche molto affidabili con cui Datos & Análisis è in contatto – sarebbe ritornato alle sue attività collaborando come con la neofascista “Unión Juvenil Cruceñista” della quale Diodato è “membro onorario” dal 2001. Questa organizzazione paramilitare che segue gli ordini del presidente del Comitato Civico Pro-Santa Cruz, il latifondista croato Branko Marinkovic, ha esteso la sua influenza e le sue attività anche ad altri distretti dell'orbita separatista, compresi Cochabamba e Chuquisaca, oltre a Santa Cruz, Beni, Tarija e Pando.


Branko Marinkovic, presidente del Comitato civico di Santa Cruz, figlio di un ustaci croato rifugiatosi in Bolivia, padrone di na fabbrica di produzione di olio di soja, latifondista, allevatore

Alla vigilia del massacro di Pando, avvenuto l'11 settembre, Datos & Análisis ha ricevuto la telefonata di una fonte politica che assicurava che nel mese di luglio Diodato era stato visto in una zona residenziale di Tiquipaya, in Cochabamba, quando questo dipartimento era ancora governato dal prefetto separatista Manfred Reyes Villa. Fortunatamente il mandato di Reyes Villa è stato revocato il 10 agosto; oggi Cochabamba è sgombra dall'influenza balcanizzatrice della mezzaluna. Sulla presenza di Diodato in questo dipartimento non sono stati forniti ulteriori dettagli; però abbiamo contattato altre fonti – militari, politiche e giudiziarie – che hanno confermato che Diodato si trova attualmente a Santa Cruz protetto dai membri della “Unión Juvenil Cruceñista”. Si assicura anche che Diodato mantiene un contatto diretto con dirigenti del Comitato Civico Pro-Santa Cruz e altri leader della mezzaluna.

Tuttavia anche negli ambienti della polizia alcuni ammettono la possibilità che Diodato venga confuso con Branko Marinkovic, che assomiglia in modo sorprendente al criminale italiano. Però ci sono maggiori probabilità che non esista alcun errore e che effettivamente Diodato sia “uscito dalla tomba”.

L'eccidio a Pando di decine di contadini, tra i quali donne incinte e bambini in età scolare, quel fatidico 11 settembre, reca l'inconfondibile marchio neonazista di uno sterminatore come Diodato. Leopoldo Fernández, il prefetto di Pando, fu Ministro degli Interni durante i governi di Hugo Banzer Suárez e Tuto Quiroga esattamente quando Diodato ricopriva la carica di “consulente”, con rango militare, negli organismi statali di repressione.


Leopoldo Fernández

Alla ricerca dello sterminatore

Venerdì 27 febbraio 2004, a mezzogiorno, mentre si recava al suo ufficio al Ministero Pubblico di Santa Cruz la pm Mónica von Borries rimase uccisa nell'esplosione di una bomba collocata nella sua auto. L'assassinio fu commesso proprio quando von Borries si preparava a indagare sull'appropriazione illegale di oltre 400.000 ettari da parte del costruttore ed ex ministro del partito MNR Andrés Petricevic, accogliendo i reclami del Movimiento Sin Terra (MST) che esigeva la conversione di queste terre a beneficio di migliaia di poveri contadini. Il magistrato Borries stava indagando anche sul possesso illegale di terre da parte dell'imprenditore croato Branko Marinkovic in territori originari indigeni, compresa una laguna.

Le indagini stabilirono che l'assassinio era stato commesso dal narcotrafficante italiano Marco Marino Diodato, latitante dopo la fuga dal carcere di Palmasola dove era stato rinchiuso dopo essere stato sorpreso a “clonare” cellulari dell'Alto Comando Militare. Diodato fuggì dal carcere durante il governo di Sánchez de Lozada e l'assassinio del magistrato von Borries venne compiuto durante la presidenza di Carlos Mesa.

Von Borries indagava su Diodato anche per i suoi legami con i latifondisti che si erano accaparrati le terre indigene. Le squadre antinarcotici avevano scoperto una fabbrica di cocaina in uno dei suoi allevamenti di bestiame. L'assassinio del magistrato fu l'inizio di una spirale criminale che si consumò, un anno dopo il fatto, con la proposta politica del “Referendum Autonomista” lanciata nel “Cabildo de la Cruceñidad” che si svolse nel gennaio 2005. Il risultato di questo primo assalto separatista furono le dimissioni di Carlos Mesa, nel giugno di quell'anno, quando cominciò ad agire apertamente l'“Unión Juvenil Cruceñista”, della quale Diodato era istruttore e mentore, oltre che “membro onorario”.

A quel punto, secondo un'informazione diffusa dall'analista Aníbal Jerez, il fascismo di Santa Cruz si era corporativizzato attraverso organizzazioni imprenditoriali come CAINCO (Cámara de Industria y Comercio, Camera dell'Industria e del Commercio) y la CAO (Cámara Agropecuaria del Oriente, Camera Agroalimentare dell'Est), così come il Comitato Civico Pro-Santa Cruz e raggruppamenti come la “Nación Camba”, che riunisce le fratellanze carnascialesche dell'oligarchia orientale.

La stampa boliviana aveva già identificato come capi di quel movimento violentista gli imprenditori Branko Marinkovic, Rubén Costas, Oscar Serrate, Rafael Paz, Oscar Ortiz e i fratelli Dabdoud: questi, ha detto Jerez, “vengono stipendiati dalle compagnie petrolifere come membri del loro consiglio di amministrazione o sono soci di capitalisti cileni in diversi settori dell'esportazione”.

Diodato era inserito in questi ambienti, godendo di tutti i privilegi. Nel gennaio del 2004 finse una malattia, i suoi avvocati ottennero che fosse ricoverato in una clinica di Santa Cruz e da lì fuggì in tutta tranquillità. La giustizia boliviana lo sta ancora cercando.

http://tlaxcala.es/pp.asp?reference=6084&lg=it

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