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20.08.19 Sì, il problema di Roma è (anche) Casapound
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9.08.19 L’Italia nera

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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 18.09.08
Il sangue dei nonni
·


Il sangue dei nonni

C'è stata, in questi giorni, una polemica tra Giampaolo Pansa, ideologo di Alleanza Nazionale (o almeno, di quella parte di AN che si riconosce nelle tesi espresse da Ignazio La Russa nel corso della recente commemorazione del 65° anniversario della difesa di Roma: «Farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia». Quelli che combatterono i tedeschi a Roma, quindi, sono più o meno uguali a quelli che combatterono gli anglo-americani, secondo La Russa), e il vicesegretario del PD, Dario Franceschini. Intervistato da il Giornale (numero del 10 settembre ultimo scorso), il signor Pansa, divertito, dichiara: «Mai avrei pensato, in tutta la mia vita, che mi sarei ritrovato a difendere La Russa dagli attacchi dei moderati del Partito democratico! Mai. Su Salò, per giunta... Questa polemica ha qualcosa di antistorico e barbaro che non capisco e non voglio capire. L’antifascismo ringhiante di Veltroni e Franceschini oggi non è credibile. Anche perché, proprio Franceschini tre anni fa... ».
Pansa, perché parla proprio di Franceschini?
«L’ho visto, in televisione indignato contro La Russa, in cattedra sull’antifascismo. E sono rimasto di stucco».
Perché? Non è legittimo?
«Vede, nella Grande Bugia ho raccontato la storia di una ragazza che da bambina girava per le vie di Poggio Renatico, il suo paese, con gli occhi sempre bassi».
Per la vergogna?
«No. Era figlia di un fascista, ma non se ne vergognava. Però le vie erano tappezzate di scritte su suo papà, Giovanni Gardini. Dicevano: "A morte Gardini!"».
E chi era Gardini?
«Un amico di Italo Balbo: con la Rsi divenne Podestà di San Donà di Piave. Dopo l’8 settembre fuggì per salvare la pelle. Per fortuna ci riuscì».
Perché me lo racconta?
«La bambina si chiamava Gardenia, ed era destinata a diventare madre di un bimbo. Di Dario. Cioè Franceschini. E sa chi me l’ha raccontato?».
Chi?
«Lo stesso Franceschini! Ecco perché, quando vedo semplificazioni antistoriche, e che a farle è il Pd, scuoto il capo».
Cosa non la convince?
«Non credo che il problema del Pd sia la storia del ’45. Mi cascano le braccia se vedo Veltroni abbarbicato a questo antifascismo perdente e suicida. Perché so che il suo vero problema è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».
Parliamo del primo inverno della paura, nel 1943.
«Non capisco cosa ci sia si scandaloso in quel che ha detto La Russa».
Forse il suo ruolo?
«Ma il ministro della Difesa non è un sacerdote della repubblica, tenuto all’imparzialità! Non siede al Quirinale. È un politico, un ministro. Posso citarle i numeri di Salò?».
Degli arruolati.
«Sì. Secondo le fonti della Rsi, furono più di 800mila».
Stime di parte?
«Non molto contestate, a dire il vero, ma il nodo è un altro. Vogliamo dire che erano 500mila? Il fatto è chi erano davvero questi ragazzi».
Intende il loro identikit?
«Dico che è grottesco etichettarli tutti come torturatori e amici dei nazisti! Molti di loro erano cresciuti nel regime fascista, immersi in un clima di propaganda perenne: cinema, scuola, radio... le divise dei figli della lupa... ».
E quindi?
«E quindi, la maggior parte di loro, non poteva certo schierarsi per un parlamento legittimo, che non aveva nemmeno mai conosciuto».
Giudizio storico o politico?
«Dico che quella educazione, fatalmente, portava molti di loro all’idea che difendere la patria dagli angloamericani fosse il primo dovere».
Pansa rimpiange ad alta voce i meravigliosi anni Settanta: «Erano tempi meno feroci. Forse il Pci aveva altre bandiere, il mito dell’Urss. Ecco, a me preme spiegare che quei ragazzi di cui parla La Russa, non erano quattro miserabili scherani, come vuol far credere chi polemizza con lui».
E chi erano?
«Uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure. Alcuni di loro potevano essere nostri padri. O fratelli. O persino, come nel caso di Franceschini, i nostri nonni».
Avete preso nota, si? Il ministro della Difesa non è mica un sacerdote della Repubblica, tenuto all’imparzialità. Non siede al Quirinale, lui: è un politico... Se ne deduce (io, almeno, deduco moooolto volentieri: sarà che Giampaolo Pansa mi sta cordialmente sui coglioni...) che Ignazio La Russa, volendo, potrebbe pure inneggiare al principe Borghese e alla X° MAS o - perché no? - ai nostri valorosi alleati germanici e, stando a quanto afferma il signor Pansa, non ci sarebbe proprio nessun problema. Tanto il politico La Russa non è tenuto a niente: può quindi scorreggiare fascismo quanto gli pare e dove gli pare.
Ma sentite cos'ha risposto il Franceschini, così simpaticamente chiamato in causa: "l’accusa che Pansa mi ha formulato è di avere «ringhiato» contro La Russa e le sue affermazioni sui giovani di Salò mentre non avrei potuto farlo proprio per la mia storia. Innanzitutto non mi pare di aver «ringhiato», ma a una domanda di un giornalista ho educatamente risposto che condividevo le parole del presidente della Repubblica, così diverse da quelle del ministro della Difesa pronunciate poco prima, e ho tentato di ricordare che l’antifascismo è un elemento fondante della nostra democrazia repubblicana e pertanto dovrebbe essere un valore condiviso da tutte le forze politiche. Ma poi credo, francamente, che proprio la mia vicenda familiare, molto simbolica come molte storie italiane, mi consenta di esprimere qualche giudizio non ideologico, ma vissuto. Ripercorro con poche parole questa storia nella sue completezza, per i lettori più che per Pansa, che la conosce tutta anche per averla riportata in uno dei suoi libri e che ieri invece nell’intervista (e questa è la parte che mi ha lasciato un po’ di amarezza) ha raccontato solo in parte, omettendo il finale. Mio nonno materno, cui ho voluto un gran bene, aderì prima al fascismo, poi alla Repubblica di Salò. Ci credeva, e negli incarichi amministrativi che ebbe riuscì a farsi benvolere da tutti. Dopo la Liberazione per qualche anno restò lontano dalla famiglia e dal suo paese natale, Poggio Renatico, per evitare le vendette e le rappresaglie che segnarono drammaticamente quel tempo. Così mia mamma, innocente e bambina, il mattino andava a scuola con la testa bassa, per non leggere sui muri del paese le frasi minacciose contro suo papà. La parte che Pansa non ha raccontato, ma è quella che più simbolicamente dimostra come gli italiani abbiano costruito la riconciliazione nazionale molto prima delle loro classi dirigenti, è che, poco tempo dopo la Liberazione, quella ragazza, mia mamma, si fidanzò e poi si sposò con mio padre, un giovane ex partigiano, componente il Cln sfuggito alla fucilazione, da poco diventato deputato della Democrazia Cristiana. Mio nonno approvò quella scelta e la mia famiglia è stata per anni unita sull’affetto e sul rispetto. Anche l’Italia, dopo le laceranti ferite del primissimo dopoguerra, è stata in fondo così. Ora la domanda è: perché questa mia vicenda familiare dovrebbe ostacolare un mio giudizio sul fascismo e una mia contrarietà al tentativo, oltre mezzo secolo dopo, di mettere tutti sullo stesso piano: chi combatteva per una causa giusta e chi dalla parte sbagliata? Non è un problema di rispetto per la vita di tutti. È che la storia non può essere cambiata e che la nostra democrazia ha le radici in quel riscatto nazionale reso possibile dalle donne e dagli uomini della Resistenza, dopo le vergogne della dittatura, degli omicidi politici, delle leggi razziali, dell’alleanza col nazismo, dei morti di una guerra tragica e folle. Quando si piange in Normandia di fronte a quel prato struggente pieno di croci bianche, quando si visita Auschwitz, quando si prega a Marzabotto o alle Fosse Ardeatine, a qualcuno può venire in mente di mettere sullo stesso piano i soldati americani e i loro nemici, le vittime innocenti dell’odio razziale e i loro carnefici? Furono in molti, e fu così anche per mio nonno, a trovarsi dalla parte sbagliata in buona fede, spesso anche solo per ubbidienza e non facendo del male a nessuno, ma non si può riscrivere la storia, non si può cercare di equiparare ciò che non è equiparabile soltanto per giustificare, come è stato forse, anche inconsapevolmente, in questi giorni per Alemanno e La Russa, le proprie passate imbarazzanti militanze. In ogni democrazia matura lo scontro politico, anche il più duro, avviene sempre dentro un sistema di regole e di valori comuni. Gli episodi e le frasi infelici di questi giorni proprio su questo devono interrogarci. Possono gli avversari politici anche in Italia, più di sessant’anni anni dopo la fine del fascismo, ormai vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, condividere senza distinguo i valori fondanti della nostra Costituzione e riconoscere una storia nazionale condivisa? O dobbiamo aspettare che passi un’altra generazione?”.
Davvero magnifico, il signor Giampaolo Pansa, nevvero? Se hai avuto un nonno fascista, tu non lo puoi mica criticare, il fascismo. E se per caso ti venisse l'uzzolo di farlo, nipote degenere, sappi che le tue sono solo bieche “semplificazioni antistoriche”.
Sia come sia, sono convinto anch'io del fatto che il problema del PD non sia la storia del ’45. Il problema del PD (che è pure il problema di ogni italiano che abbia un minimo – un minimo - di onestà intellettuale e di decenza morale), nel 2008, è saper rintuzzare per benino certe merdate revisioniste.
Magari – che so? - ricordando che la Seconda Guerra Mondiale, scatenata dal nostro valoroso alleato germanico, si concluse con circa 50 milioni di morti, dei quali quasi il 50% fra la popolazione civile: chissà, forse le nude cifre del disastro potranno aiutare qualcuno a capire perché, alla fine del conflitto, fu sparso, qua e là, un po' di sangue dei vinti.
Ma questo è un discorso tutto sommato abbastanza semplice da fare.
Volendo andare un pochino sul difficile, si potrebbe far presente che, dopo la fine della guerra, quelli che avevano partecipato alla Resistenza o avevano sofferto nel glorioso ventennio (ed erano parecchi) pretendevano, pensa un po', che i membri del regime fascista non sfuggissero a una qualche punizione. E fu allora che (rullo di tamburi) si regalò loro la famosa epurazione. Ovvero, uno straordinario, indimenticabile, lavacro pubblico di certi peccatucci nazionali.
Allora, epurare la pubblica amministrazione da coloro che erano stati fascisti iscritti significava più o meno chiuderla, dal momento che la tessera del fascio, ai tempi della buonanima, era stata resa obbligatoria per tutti i funzionari dello Stato. E vabbé.
Ma per il resto, le commissioni di epurazione furono veramente spietate, sapete? Infatti lasciarono libere alcune tra le peggiori canaglie del fascismo. Furono davvero molti i dirigenti del PNF assolti con formulazioni risibili, quando non decisamente oltraggiose. Ad esempio Paolo Orano, capo di stato maggiore di Benito Mussolini durante la marcia su Roma, membro del Gran Consiglio e sottosegretario agli Interni, che fu liberato perché il tribunale fu incapace di stabilire un «nesso causale» tra il suo comportamento e la distruzione della democrazia. Ad esempio Renato Ricci, che fu riconosciuto non colpevole in quanto la Guardia nazionale di Salò, di cui era stato comandante, fu considerata nient'altro che una forza di polizia interna.
La magistratura, poi, non fu toccata manco di striscio e, quando dovette giudicare a sua volta... Avrete già intuito che cosa accadde, vero?
Massì, bravi: ci fu un mare di prosciolti dall'accusa di collaborazione col passato regime.
Ah, tempi durissimi, quelli dell'epurazione. Per dire della sua inesorabile efficacia, nel 1960 si calcolò che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari sotto il fascismo. Lo stesso valeva per tutti (tutti...) i 135 questori e per i loro 139 vice. Solo cinque di essi avevano partecipato, in qualche modo, alla Resistenza.
Nel giugno 1946 arrivò finalmente il Guardasigilli Palmiro Togliatti (un realista: in Italia non mancano mai...) a metter tutto in ordine con la sua famosa amnistia, perciò bye bye all'epurazione e finiti i patimenti. Quanto segue lo potete trovare in Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, di Paul Ginsborg.
Mi suonava bene e allora ecco qua: “Proposta per motivi umanitari, l'amnistia sollevò una valanga di critiche. Grazie alle sue norme sfuggirono alla giustizia anche i fascisti torturatori. Venne stabilita una distinzione grottesca e disgraziata tra «torture normali »e «sevizie particolarmente efferate». Con questa formula i tribunali riuscirono ad assolvere crimini quali lo stupro plurimo di una partigiana, la tortura di alcuni partigiani appesi al soffitto e presi a calci e pugni come un sacco da pugile, la somministrazione di scariche elettriche sui genitali attraverso i fili di un telefono da campo. Per quest'ultimo caso la Corte di Cassazione stabilì che le torture «furono fatte soltanto a scopo intimidatorio e non per bestiale insensibilità come si sarebbe dovuto ritenere se tali applicazioni fossero avvenute a mezzo della corrente ordinaria». Alla fin fine l'unica effettiva epurazione fu quella condotta dai ministri democristiani contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell'amministrazione statale subito dopo l'insurrezione nazionale. Lentamente ma con determinazione De Gasperi sostituì tutti i prefetti nominati dal Clnai con funzionari di carriera di propria scelta. E nel 1947-48 il nuovo ministro democristiano degli Interni, Mario Scelba, epurò con sveltezza la polizia dal consistente numero di partigiani che vi erano entrati nell'aprile 1945”.
Poveri i vinti, eh? Quanto son stati perseguitati, dai malvagi antifascisti!
Ma per fortuna adesso è arrivato Giampaolo Pansa, a riscattarne la memoria e a difenderli da noi, i nipoti ingrati!
Come dite? Che gli italiani non hanno avuto la loro Norimberga come avrebbero meritato e che il popolo italiano non sa un cazzo di niente dei suoi criminali di guerra che operarono in Africa o nei Balcani? Beh, mi dispiace tanto ma siete solo degli antifascisti ringhianti, antistorici e barbari: quei criminali di guerra che, dite voi, non han mai pagato dazio, sono anche loro uomini, sapete? Uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure. E seppero scegliere, evidentemente, per il meglio...
Un caro saluto, nipoti indegni che non siete altro, dal nonno più nonno di tutti.

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