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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 24.01.20
Omicidio Mattarella Le testimonianze di Cristiano Fioravanti che accusano il fratello Valerio "Giusva"
·
- Entrano in scena i “neri” -

LA TESTIMONIANZA DI CRISTIANO FIORAVANTI
"Sono del tutto estraneo all'omicidio dell'On. MATTARELLA, come, del resto, a quelli dell'on. LA TORRE e del dottor REINA.
Su di essi non ho alcun elemento di fatto da riferire.
Devo, in proposito, far presente che non avrei alcun problema a dire tutto ciò che potesse essere a mia conoscenza, ma, ripeto, non ho elementi oltre a quelli di cui ho già parlato con il dottor CHINNICI.
D.R. In verità l'omicidio dell'on. MATTARELLA è una «brutta storia», e non so se altri, che pure hanno ammesso le loro responsabilità in vari omicidi, sarebbero disposti a dire tutto ciò che, eventualmente sapessero.
E ciò sia per problemi, di sicurezza nelle carceri, sia per problemi di «immagine» del gruppo di appartenenza.
D.R. Per quanto io ne so, il nostro gruppo non ha mai avuto rapporti con la mafia.
Sapevamo che in giro si diceva che in Sicilia nulla potesse farsi senza il consenso della mafia.
D.R. I nostri obiettivi erano i magistrati, le forze dell'ordine ed i delatori.
La mentalità della destra era «di vendetta», e volevamo replicare alle offese patite da magistrati, poliziotti, carabinieri, ritenuti nostri persecutori.
I «politici» non erano un nostro obiettivo, per lo meno a quel tempo.
D.R. Non posso escludere che l'omicidio dell'on. MATTARELLA sia stato commesso da qualcuno appartenente al nostro gruppo, e ciò per ricambiare un qualche favore ricevuto.
D.R. Sapevo dei rapporti che intercorrevano fra Alessandro ALIBRANDI, Massimo CARMINATI e Claudio BRACCI, che erano dei «politici».
Sapevo che ALIBRANDI e CARMINATI davano in deposito quanto proveniva da rapine da essi compiute a GIUSEPPUCCI, collegato con ABBRUCIATI e DIOTALLEVI, a Roma, il quale, in cambio, pagava elevati interessi mensili.
I due, inoltre, riscuotevano crediti per conto del GIUSEPPUCCI, usando, al bisogno, anche le maniere forti.
So che Walter SORDI ha accusato ALIBRANDI, CARMINATI e BRACCI di aver assassinato, a Roma, un tabaccaio per conto del gruppo DIOTALLEVI ed ABBRUCIATI.
D.R. Non ho mai sentito il nome di Pippo CALO' o di Mario AGLIALORO.
D.R. Non credo che mio fratello Valerio sia andato in Sicilia per far fuggire CONCUTELLI; fra l'altro, poteva mantenere i rapporti con MANGIAMELI a Roma".

In questo interrogatorio inizia a trapelare l'interno travaglio che finora lo ha trattenuto dal rivelare interamente la verità e, dalle frasi sopra sottolineate, ciò emerge chiaramente.
Queste contengono un implicito "messaggio", il cui significato verrà, infine, messo in chiaro nelle dichiarazioni rese, qualche tempo dopo, al P.M. di Firenze dott. VIGNA. RESE AL P.M. DI FIRENZE, il 26.3.1986 (Fot. 607528 Vol. XIII)
".... Ho chiesto di conferire urgentemente con lei per rendere le seguenti dichiarazioni, a render le quali sono mosso dal desiderio che mio fratello Valerio faccia completa chiarezza su quanto ha compiuto.
Io non sono capace di accettare nel mio animo che egli possa aver commesso la strage di Bologna della quale è accusato, ma nello stesso tempo voglio porlo con le spalle al muro perché chiarisca tutto quello che ha fatto.
Ed allora voglio dire quello che so dell'omicidio MATTARELLA.
Noi, il giorno dell'omicidio MANGIAMELI... (...io, Valerio, Francesca MAMBRO e Giorgio VALE stavamo ad un bar... MARIANI Dario era nella piazza al luogo di appuntamento con MANGIAMELI...), eravamo in attesa che giungesse anche la moglie del MANGIAMELI che sapevamo doveva venire a prenderlo.
Ma la moglie non venne poi all'appuntamento e venne invece VOLO (n.d.r.: per un preciso riscontro, vedi la sentenza della Corte di Assise di Roma 16.7.1986 relativa a quell'omicidio nonché le dichiarazioni di Alberto VOLO, infra).
Dai discorsi fattimi la mattina, capii che avevano deciso di agire non solo nei confronti del MANGIAMELI ma anche nei confronti di sua moglie e perfino della bambina ....
Comunque, la mattina le motivazioni delle azioni da compiere contro il MANGIAMELI erano sempre le solite e cioè la questione dei soldi, la questione della evasione del CONCUTELLI.
Fu poi compiuto l'omicidio del MANGIAMELI e come ho detto sua moglie non venne all'appuntamento.
Il giorno dopo rividi nuovamente Valerio e lui era fermo nel suo proposito di andare in Sicilia, per eliminare la moglie e la bambina del MANGIAMELI, e diceva che bisognava agire in fretta, prima che venisse scoperto il cadavere di MANGIAMELI e la donna potesse fuggire.
Io non riuscivo a capire quella insistenza nell'agire contro la moglie e la figlia del MANGIAMELI...
E allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal MANGIAMELI e relativi sempre alla evasione del CONCUTELLI oltre ad appoggi di tipo logistico in Sicilia.
A proposito di CONCUTELLI, Valerio mi fece cenno al fatto che MANGIAMELI o chi per lui poteva, attraverso un medico, far sì che CONCUTELLI andasse in ospedale o in un altro carcere (n.d.r.: per un puntuale riscontro, v. appresso).
Mi disse Valerio che per decidere l'omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa MANGIAMELI e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di MANGIAMELI, riunione cui aveva partecipato anche uno della Regione Sicilia, che aveva, dato le opportune indicazioni e cioè la «dritta» per commettere il fatto. Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e CAVALLINI e che Gabriele DE FRANCISCI aveva dato loro la casa.
Non mi dette altri particolari su questa casa e cioè non mi disse se era di proprietà della famiglia DE FRANCISCI o presa in affitto e da chi: mi disse, ripeto, che Gabriele DE FRANCISCI aveva dato la casa, lì a Palermo, in un luogo non lontano da quello ove si svolse il fatto di omicidio (n.d.r.: per un preciso riscontro, circa l'esistenza di abitazioni di intimi familiari del DE FRANCISCI nelle vie Tasso, Ariosto e Rapisardi di Palermo, vicine al viale della Libertà, ove venne consumato il delitto, v. appresso).
L’azione contro la moglie e la figlia del MANGIAMELI veniva motivata da Valerio col fatto che esse erano state presenti alla riunione: diceva Valerio che una volta ucciso il marito erano pericolose quanto lo stesso MANGIAMELI.
Poi l'azione contro le due donne non avvenne in quanto il cadavere di MANGIAMELI fu poco dopo ritrovato" (n.d.r.: per un puntuale riscontro, cfr. la sentenza, già citata, della Corte di Assise di Roma del 16.7.1986).

Con questa dichiarazione, Cristiano FIORAVANTI ha compiuto la scelta di rivelare tutto ciò che sa.
Il giorno successivo, al P.M. di Roma, dopo dettagliate dichiarazioni concernenti i rapporti fra l'estrema destra e la "banda delle Magliana" nonché l'omicidio di Mino PECORELLI (sui quali v. appresso), Cristiano conferma le dichiarazioni sull'omicidio MATTARELLA.

Di questo interrogatorio conviene trascrivere le seguenti, ulteriori precisazioni:
AL P.M. DI ROMA IL 27.3.1986 (Fot. 607532 Vol. XIII)
"Il giorno dopo (n.d.r.: l'omicidio del MANGIAMELI) chiesi a Valerio il motivo per il quale intendeva uccidere anche la moglie e la bambina del MANGIAMELI.
Mi rispose che la moglie era più pericolosa del marito perché «sapeva» più del MANGIAMELI stesso.
Io gli dissi che non mi sembrava un buon motivo, in quanto se era vero che il MANGIAMELI si era approfittato dei giovani di T.P. («Terza Posizione») e si era appropriato di denaro, era sufficiente che pagasse lui e non era necessario uccidere anche gli altri.
Fu allora che Valerio disse che tutta la famiglia si era approfittata di lui e in particolare, assumendo di essere in grado di procurare appoggi logistici a lui ed al costituendo gruppo CAVALLINI nonché di organizzare l'evasione di un simbolo della destra quale CONCUTELLI, aveva indotto lui ed il CAVALLINI ad uccidere un politico siciliano.
La decisione era stata adottata nel corso di una riunione... alla quale, come mi disse mio fratello, aveva partecipato anche la moglie del MANGIAMELI oltre ad un amico del MANGIAMELI, impiegato alla Regione Sicilia, che aveva fornito le indicazioni necessarie per la individuazione dell'obiettivo ed il momento in cui colpirlo. Valerio mi disse che si erano avvalsi anche dell'ausilio di Gabriele DE FRANCISCI, il quale aveva fornito la disponibilità di una casa, forse di parenti, che aveva a Palermo nei pressi del luogo ove il fatto era poi accaduto.
Valerio non mi parlò delle modalità del fatto. Neppure il CAVALLINI lo fece mai...
Gabriele DE FRANCISCI era legato a mio fratello ed a me da strettissimi rapporti di amicizia...
Debbo perciò presumere che Gabriele fosse stato messo al corrente dell'uso della casa che doveva fornire.
Ciò anche nell'ottica di una correttezza di rapporti fra noi "camerati" quando, come nel caso di specie, eravamo particolarmente amici.
D'altronde Gabriele aveva partecipato con Valerio a vari episodi criminosi dell'epoca in cui eravamo al FUAN; aveva conosciuto presumibilmente il MANGIAMELI perché, come questi, aveva partecipato all'assalto al Distretto di Padova ... e avrebbe partecipato più tardi a fatti come l'omicidio EVANGELISTA del maggio 1980. (n.d.r.: cfr. sentenza Corte di Assise di Roma del 16.7.1986, nel Vol. XXX Fot. 739131).
Il racconto che ricevetti da Valerio fu successivo (settembre '80) all'impressione espressa da mio padre, quando vide sul giornale gli identikit dell'omicidio MATTARELLA. Disse... « Mio Dio hanno fatto anche questo! »".

AL G.I. DI PALERMO IL 29.3.1986 (Fot. 607544 Vol. XIII)
Anche di tale interrogatorio, nel quale Cristiano FIORAVANTI conferma le dichiarazioni rese nei giorni 26 e 27 marzo 1986, è sufficiente trascrivere qui alcuni passi, idonei ad illuminare il travagliato "iter" psicologico in esito al quale Cristiano decide di rivelare ciò che sa sull'omicidio MATTARELLA, nonché a fornire ulteriori precisazioni in punto di fatto.
"... Preciso che già nel 1982 (n.d.r.: v. dichiarazioni del 28.10.1982) io esternai la mia convinzione, sotto forma di supposizione, che mio fratello Valerio avesse ucciso un politico siciliano.
Ricordo che ne parlai a proposito dell'omicidio PECORELLI con il magistrato che si occupava di quelle indagini.
In realtà, io sull'omicidio MATTARELLA avevo appreso direttamente da mio fratello Valerio, ma ritenni all'epoca di esternare soltanto mie asserite supposizioni per saggiare quale fossero le reazioni di mio fratello.
Preciso meglio che io ho amato molto mio fratello e ho dedicato a lui la mia vita, poiché ero convinto che agisse per ragioni esclusivamente ideali e pure.
Senonché, dopo le accuse recentemente mossegli a proposito della strage di Bologna..., ho cominciato a dubitare che mio fratello fosse invece inserito in un giro diverso e che le motivazioni delle sue azioni fossero più oscure.
Ho deciso pertanto di metterlo definitivamente alla prova.
Io so, infatti, per avermelo lui stesso rivelato, che egli è coinvolto nell'omicidio MATTARELLA.
Se egli lo ammetterà, continuando però a negare la partecipazione alla strage di Bologna, ne dedurrò che di quest'ultima è innocente.
Se negherà invece anche l'omicidio MATTARELLA, che io come ho detto so che ha commesso, ne dedurrò che è possibile un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna...".
Quindi, dopo aver parlato delle promesse non mantenute del MANGIAMELI circa gli appoggi e gli aiuti da ricevere in Sicilia, ha soggiunto:
“.... questi appoggi ed aiuti sarebbero venuti al MANGIAMELI ed al nostro gruppo, come mi disse mio fratello, in cambio di un favore fatto ad imprecisati ambienti che avevano interesse all'uccisione del Presidente della Regione Siciliana.
All'uopo, era stata fatta una riunione a Palermo in casa del MANGIAMELI, in periodo che non so di quanto antecedente all'omicidio del MATTARELLA, e nel corso di essa erano intervenuti, oltre al MANGIAMELI, mio fratello Valerio, la moglie del MANGIAMELI, ed una persona della Regione (non so se funzionario o politico)...
Aggiunse mio fratello che l'omicidio era stato poi effettivamente commesso da lui e dal CAVALLINI, mentre collaborazione era stata prestata da Gabriele DE FRANCISCI, il quale aveva procurato una casa di appoggio, sempre necessaria allorché si procede ad azioni armate.
Circa l'uso della casa, debbo far presente che nelle azioni armate è sempre necessario averne una a disposizione e non ha importanza se questa è occupata o meno da persone che non debbono essere messe al corrente del fatto.
Ci si può infatti ivi presentare, occultando le armi sulla persona, come amici in visita e trattenersi il tempo necessario perché venga allentata la pressione di polizia, che scatta nella immediatezza del fatto criminoso.
La casa deve infatti trovarsi nelle vicinanze del luogo del delitto...
D.R. Solo recentemente ho appreso da Sergio CALORE che si trova detenuto con me a Paliano, che i primi contatti di mio fratello Valerio col MANGIAMELI risalgono al 1979, probabilmente.
In particolare, tra l'altro, il CALORE mi ha rivelato che nel 1979 mio fratello, Giuseppe DI MITRI e Roberto NISTRI, capi militari di Terza Posizione, si recarono da lui per chiedergli un mitra UZI che doveva servire... in una progettata evasione del CONCUTELLI a Palermo.
Il DI MITRI ed il NISTRI erano legati notoriamente al MANGIAMELI....
Il MANGIAMELI, peraltro, era il responsabile in Sicilia di Terza Posizione ed ovviamente non poteva essere estraneo a quel progetto di evasione del CONCUTELLI, al quale, come ho appreso dal CALORE, anche mio fratello partecipava...”.

http://mafie.blogautore.repubblica.it/2020/01/24/3984/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P17-S1.6-T1




Chi ha ucciso Mattarella?

di A.BOLZONI e F. TROTTA
Sono passati quarant'anni e ancora non sappiamo chi l'ha ucciso. Non conosciamo il nome del sicario ma dietro l'omicidio dell'Epifania palermitana non c'è solo mafia, c'è mafia ma anche tanto altro. C'è la Sicilia dei “delitti eccellenti” e c'è l'Italia della “strategia della tensione”, ci sono boss e neofascisti che si confondono, Cupole invisibili, poteri sporchi che si mischiano per fermare uomini giusti e il cambiamento di un Paese.
Il 6 gennaio del 1980, Palermo, l'uccisione di Piersanti Mattarella. Non era solo il Presidente della Regione, era l'uomo politico che più di ogni altro voleva una Sicilia “con le carte in regola” e che più di ogni altro stava raccogliendo l'eredità di Aldo Moro. Uccisi a distanza di un anno e mezzo, a Roma e in Sicilia, apparentemente due vicende lontane ma in realtà una sola vicenda italiana.
Sulla sua morte ha indagato a lungo il giudice Giovanni Falcone nel filone dei cosiddetti “delitti politici”, l'assassino del segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina - 9 marzo 1979 - e l'assassinio dell'onorevole Pio La Torre - 30 aprile 1982 -, arrivando al convincimento di una convergenza di interessi fra eversione nera e Cosa Nostra, una connessione che avrebbe portato «alla necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani».
Parole pronunciate dal giudice in un'audizione della Commissione Parlamentare Antimafia il 3 novembre del 1988 e diventate pubbliche qualche settimana fa grazie alla desecretazione (curata dal pm Roberto Tartaglia, consulente a Palazzo San Macuto) voluta dal presidente Nicola Morra.
Giovanni Falcone per l'omicidio di Piersanti Mattarella aveva rinviato a giudizio il capo dei Nuclei Armati Rivoluzionari Valerio “Giusva” Fioravanti e come suo complice Gilberto Cavallini, successivamente assolti tutti e due, come richiesto dalla pubblica accusa di allora, fino in Cassazione.
Eppure la “pista nera” è rimasta sempre lì, sospesa. Un paio di anni fa il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi ha riaperto un fascicolo "atti relativi'' sul caso Mattarella, affidato all'aggiunto Salvatore De Luca e al sostituto procuratore Roberto Tartaglia, che hanno ricominciato a indagare da dove Falcone aveva finito.
Dopo tanto tempo l'attenzione si è concentrata sulle informazioni che il giudice avrebbe ricevuto - e proprio sul delitto Mattarella - nei giorni precedenti al fallito attentato dell'Addaura avvenuto il 20 giugno 1989. Falcone in quel periodo aveva ascoltato un testimone che gli avrebbe fornito nuovi elementi sui sicari dell'Epifania palermitana. Ed è appena di un paio di settimane fa la notizia di una perizia su una Colt modello Cobra calibro 38 che collegherebbe l'omicidio di Piersanti Mattarella a quello del magistrato Mario Amato, ucciso il 23 giugno 1980 dai Nar. La stessa pistola per i due delitti.
La nostra Rubrica nel quarantesimo anniversario vi ripropone gli atti dell'inchiesta del giudice Falcone “Greco Michele + 18”, nella parte riguardante il delitto Mattarella.
L'indagine fu seguita al principio da Pietro Grasso, l'ex Presidente del Senato che il 6 gennaio era sostituto procuratore della Repubblica a Palermo. Il deposito della sentenza ordinanza è datata 9 giugno del 1991 ed è firmata invece da Gioacchino Natoli, uno dei giudici del pool antimafia dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Falcone due anni prima era stato nominato procuratore aggiunto e sei mesi prima era volato a Roma, alla direzione degli Affari Penali del Ministero della Giustizia. Il suo ultimo anno di vita, prima di Capaci.
A conclusione della serie, dopo l'inchiesta sui “delitti eccellenti”, pubblicheremo anche un estratto dell'ultimo libro del giudice Giuliano Turone, “Italia occulta” (Chiarelettere editore), dedicato all'assassinio del Presidente della Regione. E' il capitolo sul mistero della targa dell'auto utilizzata dai sicari di Mattarella. Una traccia robusta che porta sempre alla "pista nera”. Dopo quarant'anni la domanda è sempre la stessa: chi ha ucciso Piersanti Mattarella?

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