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14.02.18 Trasformisti, fascisti, impresentabili e ras delle clientele: ecco le liste al Sud di Matteo Salvini
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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio
a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 19.12.15
“Cinghiamattanza”: pensieri, parole ed opere dei “fascisti del terzo millennio”
·
Maddalena Gretel Cammelli, Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, Ombre Corte, Verona, 2015, 126 pagine, € 12,00

«Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ Tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ Tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: “Cinghiamattanza!”» (p. 70).
Sono le parole di una canzone degli ZetaZeroAlfa, gruppo musicale di Gianluca Iannone, frontman della band, leader e guida carismatica di CasaPound Italia, movimento politico nato a Roma nel 2003 e che dà di sé la definizione di “fascismo del terzo millennio”.

Maddalena Gretel Cammelli, antropologa e ricercatrice presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e l’Università di Bergamo, ascolta la canzone e osserva la reazione del pubblico in una sera d’estate del 2010, quando si reca ad “Area 19 – postazione nemica”, dietro lo stadio Olimpico a Roma, uno spazio che «vuole essere l’equivalente fascista dei centri sociali […] in occasione dell’appuntamento annuale di musica ‘non conforme’: la ‘Tana delle Tigri’». (p. 65) Quando risuonano le note della canzone, si scatena una danza collettiva, un pogo fatto di cinture sfilate e di cinghiate reciprocamente scambiate dai militanti di CasaPound che ascoltano il concerto.
Si tratta di una liturgia collettiva, di un rito comunitario che sancisce e ribadisce l’appartenenza al gruppo, che consolida un’identità condivisa, che materializza il legame della comunità, consistente in un condensato di cameratismo, machismo, arditismo e settarismo elitario, nella convinzione di appartenere ad una “casta guerriera”, ad un’entità orgogliosamente ‘non-conforme’, che, seppur con le modalità di un pogo punk-rock sotto il palco di un concerto, intende rievocare e ripraticare il “mito” squadristico del gruppo d’assalto del fascismo della prima ora. Il “mito”, appunto, perché, secondo l’autrice, è di questo che soprattutto si alimenta – e ci sembra una delle tesi più interessanti del libro – l’identità del singolo militante come dell’intero gruppo di CasaPound Italia; il mito della ‘non conformità’ irriducibile, del comunitarismo organico, del fascismo vissuto più come esperienza esistenziale, come categoria mistica dello spirito, come estetico stile di vita che come prassi politica costruita su rigorose e coerenti categorie socio-economiche, politiche e culturali.

Di questo parla il libro di Maddalena Gretel Cammelli, Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, recentemente uscito per Ombre Corte, nel novembre 2015. Un lavoro importante, dice nella Prefazione Jonathan Friedman, perché studia un movimento politico di estrema destra fascista quale CasaPound che, come tutti gli analoghi gruppi europei ultranazionalisti e populisti, fa del principio identitario, ridefinito su base etnico-nazionale, un punto fermo della propria piattaforma ideologica e pratica, in un momento storico in cui l’intera società occidentale – a seguito degli intensi e crescenti fenomeni migratori, della globalizzazione economica e della sua crisi – pare subire una sorta di “ubriacatura identitaria”, fertile terreno di coltura in cui le cellule di un risorgente fascismo possono moltiplicarsi e prosperare. La «crisi delle tradizionali forme d’identificazione quali la classe sociale» lascia spazi vuoti da occupare per «forme di radicalizzazione ed etnicizzazione legate a specifiche identità culturali, in cui il focus è passato dalla classe all’etnicità, dalla classe alla cultura, dalla razionalità al bisogno di religione» (p. 52). Fenomeni – come è noto – che si sono manifestati in anticipo nell’Europa orientale post-comunista, in cui l’affannosa ricerca di paradigmi identitari da sostituire a quelli esauritisi ha prodotto un pullulare di movimenti neofascisti, neonazisti, comunque variamente nazionalistici (o localistici) che hanno (ri)dato voce a sciovinismi xenofobi vecchi e nuovi e a revisionismi mai del tutto cancellati.
In ogni caso si tratta di forme di “integralismo” politico, che l’autrice definisce, sulla scorta di Douglas Holmes, come correnti o movimenti di pensiero conseguenti a periodi o fenomeni destabilizzanti di radicale crisi di senso e che elaborano modalità di appartenenza essenzializzanti, cioè olistiche, totalizzanti.

L’approccio all’oggetto d’analisi che l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli appronta è quello etnografico: una approfondita e rigorosa ricerca sul campo che si sviluppa dalla dialettica tra la prospettiva “emica” dell’oggetto sociale analizzato, del suo punto di vista, del suo sistema di pensiero e di valori, con cui la studiosa deve stabilire un efficace contatto/scambio e la prospettiva “etica” della presa di distanza dall’”indigeno” analizzato e del rigoroso giudizio scientifico che deve concludere il lavoro di ricerca. Lavoro reso ancora più difficile dalla appartenenza dell’autrice all’area politica contraddittoria rispetto a quella studiata e al mondo culturale e valoriale dell’antifascismo. Divergenza dall’oggetto di indagine che se, come Cammelli stessa afferma, ha prodotto da un lato scontate e sospettose diffidenze reciproche – si tratta di uno di quei casi «in cui “non si amano i propri indigeni”» (p. 19) – dall’altro rende ancora più interessante il lavoro svolto e il libro che lo rendiconta.

Tra le parti più interessanti del saggio, quella in cui l’autrice, dopo aver tracciato una sintetica storia del neofascismo dal Msi fino alla nascita di CasaPound – prima come costola di Fiamma Tricolore, poi come movimento indipendente – considera il programma politico del ‘fascismo del terzo millennio’, con cui il movimento partecipa alle elezioni amministrative e regionali del 2013.
Si tratta di una miscellanea di idee e punti programmatici attinti a piene mani dal fascismo del Ventennio e dall’intero suo arco di sviluppo storico, dalla prima ora fino a Salò, con l’aggiunta di qualche variazione, mai essenziale, o adattamento al contesto e alla realtà odierni.

Centrale e fulcro dell’intero impianto programmatico è l’idea della Nazione, intesa secondo le modalità organicistiche dello Stato etico gentiliano, che intende la Stato stesso come un fatto spirituale e morale prima ancora che come un’entità giuridico-politica, dove l’individuale è concepito solo in quanto sussunto dall’universale organico del corpo statale e dove i rapporti sociali di classe si articolano secondo la logica corporativistica dello sforzo interclassista per il conseguimento del bene comune superiore. Una siffatta Italia Nazione dovrebbe, di seguito, essere in grado di imporre una Sovranità forte, variamente intesa come difesa del territorio e conseguente potenziamento del sistema di difesa nazionale, anche attraverso la reintroduzione della leva obbligatoria estesa pure alle donne; oppure intesa come sovranità energetica, tramite il ritorno all’energia termonucleare e la nazionalizzazione dell’energia elettrica e di altri settori economici e infrastrutturali strategici. E’ facile cogliere il nesso con la sovranità autarchica del fascismo mussoliniano, che viene però estesa e traslata sul piano europeo, per il quale CasaPound auspica la creazione di uno spazio commerciale chiuso, una sorta di autarchia continentale, che si coniuga al contempo con l’avversione fortissima per la moneta unica europea, intesa come strumento del “vampirismo” del sistema finanziario e bancario internazionale.

La critica al sistema finanziario, accusato di strozzinaggio e usura ai danni dei popoli, è uno dei temi più ricorrenti nella propaganda politica di CasaPound, soprattutto e comprensibilmente dall’inizio dell’attuale crisi economica in poi. La soluzione proposta consiste nella statalizzazione delle banche e dell’intero sistema finanziario che però, a giudizio della Cammelli, si traduce in uno sciovinismo economico che non mette in discussione i meccanismi strutturali del sistema capitalistico, ma assume la forma di un apparente anticapitalismo che identifica un nemico esterno al corpo della nazione, la finanza internazionale (l’equivalente aggiornato e corretto – neppure troppo! – delle demoplutocrazie degli anni Trenta additate come nemico da Mussolini o del complotto antitedesco della finanza ebraica internazionale denunciato da Hitler) e agisce sulla leva del consolidamento comunitario attraverso il ricorso al fin troppo facile meccanismo del capro espiatorio.

Come già nei fascismi “classici”, l’organicismo comunitario della nazione sovrana trae linfa vitale dalla definizione identitaria etnico-nazionale – se non più razziale – e trova la propria antitesi nel fenomeno dell’immigrazione. CasaPound specifica di non essere contro il migrante in sé, ma contraria all’immigrazione usata dalla finanza internazionale per destrutturate e precarizzare a proprio vantaggio il mercato del lavoro, nella fattispecie quello italiano.
L’associazione Sovranità, fondata nel dicembre del 2014 come piattaforma di convergenza politica tra CasaPound Italia e la Lega Nord di Salvini, sintetizza il proprio programma nei tre punti: no euro; basta immigrazione; prima gli italiani. «Il sintetico progetto si presenta con un logo che sembra richiamare l’estetica del fascio, non littorio, ma esplicitamente legato alla terra: tre germi di grano, su sfondo celeste». (p. 43-44) Radicamento, comunità, identità etnico-culturale sono concetti cari ad un integralismo etnico o essenzialismo culturale che a parole prende le distanze dal razzismo biologico e differenzialista e dal darwinismo sociale ottocentesco e primo novecentesco, ma nella sostanza li ripropone con gli abiti apparentemente più presentabili del razzismo differenzialista, ormai da più di trent’anni idea portante di tutti gli estremismi di destra europei a partire – come ci ricorda l’autrice – dalla cosiddetta Nouvelle Droite francese di Alain De Benoist. Le differenze biologiche veterorazziste vengono ridefinite come “differenze culturali”, che, nonostante la loro natura storico-culturale, sono presentate come qualcosa di immodificabile e statico, cioè come “caratteri naturali”, come essenze incomunicabili tra loro che separano e aborrono qualsiasi tipo di meticciato, di fusione o incontro.

«Nella pagina dedicata alle FAQ del sito [di CasaPound], dichiarano: “Noi ci battiamo per un mondo plurale e in cui le differenze, sotto qualsiasi forma, siano tutelate e incrementate. Vogliamo un mondo con popoli diversi, lingue diverse, culture diverse, religioni diverse, alimenti diversi. Vogliamo un confronto tra forme di esistenza differenti che non degeneri mai nella confusione e nello sfiguramento delle reciproche identità». (p. 45)
Come già un secolo fa la lettura dialettica marxista delle dinamiche sociali e la lotta di classe, opportunamente decontestualizzate, volutamente fraintese e applicate come chiavi interpretative delle reciprocamente ostili politiche di potenza internazionali, avevano contribuito a forgiare i principi portanti del nazionalismo italiano (poi fascista), così oggi l’avversione all’omologazione unidimensionale (economica, politica, culturale…) della globalizzazione viene capovolta in fondamento legittimante le rivendicazioni identitarie etnico-nazionali e le pratiche aggressive ed ostili verso immigrazione e migranti.
Pertanto, osserva Cammelli, «il fondamentalismo culturale non è altri che un’alternativa al tradizionale razzismo, che mantiene una prospettiva di esclusione: due differenti culture non possono approcciarsi, pena il rischio di contaminazione, in cui la purezza identitaria andrebbe perduta. […] In tale contesto, si può meglio cogliere la proposta di CasaPound Italia riguardo l’istruzione nelle scuole pubbliche e l’introduzione del libro unico per ogni materia». (p. 46-47)
In questo caso, addirittura, la propensione alla mimesi del fascismo del Ventennio arriva alla riproposizione anacronistica della legge del gennaio 1929 che introduceva, a partire dall’anno scolastico 1930-‘31, il Libro unico di Stato.

Ma il radicamento comunitario e la difesa e la promozione identitarie passano anche attraverso altri due punti essenziali del programma di CasaPound (di cui, ancora una volta, non è difficile trovare la matrice mussoliniana): demografia/maternità e il mutuo sociale per la casa.
Naturalmente le proposte per la promozione e la difesa della maternità e la crescita demografica del popolo italiano – nel dettaglio esaminate dall’autrice – non sono finalizzate all’arruolamento di “otto milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti” (dal discorso di Benito Mussolini del 24 ottobre 1936 a Bologna) che, nei progetti del duce, avrebbero dovuto fare grande l’Italia fascista in Africa e in Europa, ma a difendere l’italianità, la comunità nazionale e la loro identità etnico-culturale, così come l’idea di un mutuo sociale che permetta l’acquisto generalizzato dell’abitazione mira al rafforzamento del radicamento territoriale, del legame con il suolo, attraverso la proprietà della casa.

Come si evince dalle analisi proposte dal saggio della Cammelli, è comunque e sempre il concetto di “comunità” quello che prevale su tutti gli altri, sia essa quella macrocosmica della nazione, dello stato, della cultura, dell’etnia o sia quella microcosmica del palazzo del quartiere Esquilino, sede e centro di riferimento della vita e di ogni attività di CasaPound Italia. E – ancora una volta – come già accadeva nel fascismo del Ventennio, il cemento comunitario è il culto del capo, della guida carismatica, con conseguenti interpretazione gerarchica dei ruoli e delle relazioni sociali interne alla comunità e “mistica” del leader, come emerge chiaramente dalle parole di alcuni militanti di CasaPound dall’autrice intervistati: «Gianluca [Iannone] è importante in questo perché lui comunque secondo me ha permeato di sé tutta la comunità… lui… è l’idea che qualunque cosa è possibile, che qualunque cosa si può fare, il potere della volontà […]». (p. 71)

Per concludere la presentazione di questo interessante saggio, ancora un paio di considerazioni risultano necessarie e riguardano l’olismo oppositivo che qualifica l’idea di comunità di CasaPound e il fascismo inteso ed interpretato come uno stile di vita.
L’idea comunitaria propria dei ‘fascisti del terzo millennio’ – secondo l’autrice – non si regge su una «vera e propria valorizzazione della totalità sociale come unità» (p. 79), ma su un essenziale individualismo, interpretato in senso olistico, cioè esteso alla comunità, che diventa così un individuo collettivo contrapposto all’individuo collettivo dell’”altro”, del “nemico”. In tal senso, si spiega il richiamo costante nel linguaggio dei militanti si CasaPound alla ‘non conformità’: non conformità innanzi tutto rispetto alla carta costituzionale, ai suoi principi democratici e ai suoi valori antifascisti; non conformità rispetto alla «società in generale, ma anche ai centri sociali, il mondo della contro-cultura antagonista e antifascista». (p. 80) Ne consegue una visione combattiva della vita, che vede quest’ultima come lotta per l’affermazione dell’individuo e dell’individualismo e negazione del collettivismo.

Quando le analisi e le riflessioni proposte dal libro affrontano il tema della collocazione all’interno del quadro politico che i ’fascisti del terzo millennio’ scelgono per loro stessi, il discorso si sposta sul fascismo inteso e vissuto più come stile di vita, come esperienza esistenziale che come adesione ad un progetto e ad un programma politici. CasaPound ha elaborato il concetto di “estremo centro alto” per rivendicare e tracciare una collocazione ed uno spazio politici nuovi ed originali, che vorrebbero prendere le distanze dalle definizioni politico-partitiche tradizionali, soprattutto dalla contrapposizione destra e sinistra.
«Alla destra non perdoniamo di aver parlato d’ordine e di averlo confuso con compiti di nettezza urbana e bassa sbirraglia. Alla sinistra non perdoniamo di aver sollevato le masse contro il potere solo per meglio insediarsi in quest’ultimo. Al centro non perdoniamo niente, e basta. […] Basta con destra e sinistra, sorga l’estremo centro alto». (p. 85-86)
Il concetto di “estremo centro alto” è formulato in modo volutamente indefinito e paradossale, quasi provocatorio, al fine di ridefinire la politica come un atteggiamento, uno stile, in cui l’azione precede e fonda la riflessione e non viceversa.
«L’estremo centro alto schifa le ideologie e non possiede la verità. E’ però portatore di uno stile. Lo stile è superiore alla verità, poiché reca in sé la prova dell’esistenza». (p.87).
L’autrice, sulla scorta di Mosse e del suo La nazionalizzazione delle masse, parla di estetizzazione della politica, per cui «il linguaggio assume una forma vaga e imprecisa, il cui significato non risulta essere propriamente logico. A caratterizzare tale linguaggio è, piuttosto, uno stile retorico pieno di immagini dove “l’estetica della politica” assume il ruolo primario descritto da Mosse». (p. 86)

In una concezione estetica della politica risulta fondamentale allora la fertilità mitopoietica del linguaggio utilizzato in modo evocativo, non denotativo, per costruire immagini suggestive e miti potenti capaci di affascinare e mobilitare. E come in ogni concezione mitica della realtà è ad un “passato fondativo” che ci si deve ancorare e in questo caso il “mito fondativo” viene trovato nello squadrismo e prima ancora nel fiumanesimo dannunziano, in cui la concezione estetica della politica aveva raggiunto il suo apice. Per molti di coloro, infatti, che seguirono D’Annunzio, Fiume fu il luogo in cui essere protagonisti sia di un’esperienza politica “eversiva” sia di un’esperienza “esistenziale” nuova e soprattutto trasgressiva, nei costumi e nello stile di vita: indisciplina, individualismo ed originalità nei comportamenti, libertà sessuale, ecc.
In ogni caso si tratta – ora come allora – di una adesione sulla base di un «sentimento del mondo», come dice un militante di CasaPound intervistato dall’autrice, sulla base di «un certo modo di vivere la vita» e non tanto «perché si è letto un programma». (p. 109)
Tornano alla mente le considerazioni di Walter Benjamin sulla estetizzazione della politica e sulla trasformazione della prassi politica in gesto estetico, operate dal fascismo ed anticipate dal futurismo italiano.

Al breve, ma denso ed originale saggio di Maddalena Gretel Cammelli va dunque riconosciuto il merito di aver prodotto un’analisi che tratteggia una antropologia del fascismo italiano contemporaneo, proprio in un momento in cui la politica nazionale ed internazionale sembrano predisporre le condizioni più propizie per una estensione dei suoi spazi di agibilità politica.


http://www.carmillaonline.com/2015/12/18/cinghiamattanza-pensieri-parole-ed-opere-dei-fascisti-del-terzo-millennio/

documentazione
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