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26.04.18 Fenomenologia dell'onda nera
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14.02.18 Trasformisti, fascisti, impresentabili e ras delle clientele: ecco le liste al Sud di Matteo Salvini
1.02.18 Ritratto del neofascista da giovane
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28.12.17 Fascisti su Facebook, a gestire i gruppi neri ci sono anche i poliziotti
21.12.17 Saluti romani in consiglio comunale a Gorizia e chiamata alle armi a Trieste
20.12.17 La Galassia Nera: i gruppi e le associazioni che ruotano attorno a Lealtà Azione
20.12.17 I segreti di Roberto Fiore, il fascista a capo di Forza Nuova Terrorista nero.
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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio
a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 19.11.14
Cosa c'è dietro l'aggressione neofascista ai tifosi dell'Ardita
·
Se avete mai visto una partita della Terza Categoria è molto probabile che non l'abbiate fatto per la qualità tecnica dei giocatori in campo. Di solito si va per altri motivi: parentela, amicizia, appartenenza al quartiere o al paese, passione. Oppure, come fanno i ragazzi e le ragazze dell'Ardita di Roma, ci si va perché si è anche proprietari della squadra e si crede in un progetto di sport dal basso.

Fondata nel 2011 nel quartiere San Paolo, l'Ardita è una società di calcio autofinanziata dai tifosi e interamente basata "sul modello dell'azionariato popolare," nonché una delle prime realtà italiane del "calcio popolare."

La nascita della squadra me la racconta Michele Magro, uno dei dirigenti dell'Ardita: "Il progetto nasce casualmente, in una conversazione tra amici. Da ragazzi appassionati di calcio che conoscevano il modello dell'azionariato popolare—molto diffuso all'estero—e vedevano la totale assenza di un simile progetto a Roma, abbiamo deciso di importarlo e vedere se funzionava in città."

L'intento dei fondatori è di "restituire il calcio al popolo," nonché muovere una forte critica a tutto ciò che rappresenta oggi il calcio moderno: lo strapotere della pay tv, gli stadi ​sempre più vuoti e la repressione a livello di ordine pubblico. "Riteniamo che in questo momento storico questo modello sia più attuale di quello proposto finora," mi spiega Magro. "Questo è dimostrato anche dal fatto che i costi del calcio per tutte le società, soprattutto quelle minori, sono diventati assolutamente proibitivi. La situazione del calcio italiano ne è lo specchio."

Tra studenti, lavoratori e precari la composizione sociale dell'Ardita è abbastanza eterogenea. Quello che accomuna tutti, oltre alla passione per il calcio, è l'ideologia politica di sinistra—il nome della squadra si rifà agli Arditi del Popolo, l'organizzazione antifascista sorta nel 1921. Sebbene la tendenza sia esplicita, Magro mi dice che la militanza non è mai entrata sul campo di gioco: "Noi abbiamo sempre dato precedenza al nostro progetto sportivo e al modello associativo che proponiamo."

La scorsa domenica mattina, tuttavia, qualcun altro ha pensato di far irrompere la politica allo stadio—e l'ha fatto sotto forma di una spedizione punitiva.

L'Ardita gioca a Magliano Romano (provincia di Roma) contro la squadra locale. I tifosi-soci, arrivati una quindicina di minuti dopo il fischio d'inizio a causa del blocco delle auto nella Capitale, si posizionano sugli spalti e si preparano a sostenere i gialloneri.

Fino alla metà del primo tempo tutto sembra tranquillo. Poi, all'improvviso, dieci macchine con le targhe camuffate si fermano in una via adiacente l'impianto, e da queste scendono una trentina di persone bardate di tutto punto: hanno il volto travisato, caschi, spranghe, bastoni e intenzioni non esattamente pacifiche.

Una parte dello squadrone entra dal cancelletto, mentre un'altra scavalca il muro di cinta per circondare il settore della tifoseria dell'Ardita. L'aggressione dura all'incirca tre minuti, e lascia sul campo numerosi feriti. Sei hanno bisogno di cure mediche; uno di questi viene trasferito al Policlino Umberto I di Roma per sottoporsi a un intervento chirurgico per una frattura scomposta a un braccio.

E se ci sono pochi dubbi sul fatto che l'azione sia stata pianificata a tavolino, ce ne sono ancora meno sulla matrice neofascista dell'agguato.

Poco dopo il pestaggio, i carabinieri di Viterbo riescono a fermare e mettere agli arresti domiciliari nove degli aggressori. Questi hanno dai 18 ai 32 anni, provengono principalmente dal viterbese e gravitano tutti nell'estrema destra, che nella zona è particolarmente presente.

In particolare, sono due i nomi che spiccano sugli altri: quelli di Diego Gaglini e Ervin Di Maulo. Il primo è stato il candidato sindaco di Viterbo per CasaPound alle ultime amministrative del 2013, dove ha preso ben 305 voti (lo 0.91 percento). Non appena è iniziato a circolare il suo nome sui social network, Simone Di Stefano (vicepresidente di Cpi) lo ha difeso a spada tratta su Twitter dicendo che "Gaglini è mio fratello ed è INNOCENTE."

Il secondo, definito da ViterboNews24 "un''autorità' in materia di aggressioni neofasciste," è già stato fermato dalle forze dell'ordine nel 2008 e nel 2011 per dei pestaggi. Di Maulo, che è anche ​accusato di aver violato il Daspo, fa parte di "Questione di stile" (un gruppo ultras della Viterbese) e si ​definisce lui stesso un "militante politico di CasaPound Italia dal 2008," per cui è stato candidato alle ultime amministrative di Viterbo.

Prima dell'ultimo arresto Di Maulo era politicamente attivo a Viterbo, e recentemente aveva anche presieduto la creazione un "comitato cittadino" nel quartiere di San Faustino, in cui da tempo i cittadini denunciano le condizioni di degrado e la "convivenza forzata" con gli stranieri.

"Sono mesi che riceviamo [noi di CasaPound] lamentale pubbliche da parte dei residenti e dei commercianti", aveva detto Di Maulo lo scorso ottobre, "così abbiamo deciso di muoverci." Il "portavoce di CasaPound"—così è definito in questo articolo—aveva anche dichiarato: "Io non mi sento razzista, mi sento di scendere in campo innanzitutto per tutelare gli italiani che sono scavalcati dagli stranieri."


Tornando all'aggressione all'Ardita, per Michele Magro la matrice politica non spiegherebbe del tutto il pestaggio di domenica scorsa: "Questa aggressione crea un precedente violento all'interno del discorso dello sport popolare e il modello di gestione del calcio che noi, insieme ad altre società diffuse sul territorio italiano, promuoviamo."

Insomma, si tratterebbere di un attacco sia fisico (ai tifosi dell'Ardita) che simbolico. "Favoriti dal clima non proprio amichevole che si respira a Roma in questo periodo," prosegue Magro riferendosi alle ​tensioni di queste settimane nelle periferie romane, "l'obiettivo è quello di screditare l'intero movimento e di ridurlo a una lotta tra frange estreme."

L'agguato, aggiunge il dirigente dell'Ardita, "avviene in un momento in cui questi progetti sono in grande espansione." Di parere concorde è anche Nicola Gesualdo, un giornalista che ha realizzato un breve documentario sull'Ardita (Un altro calcio è possibile): "Negli ultimi anni il fenomeno sta crescendo molto, tant'è vero che si contano circa venti realtà di calcio popolare in Italia, concentrate specialmente nel centro-sud."

Giusto per citare qualche esempio, a Firenze c'è il Centro Storico Lebowski, nato nel 2010; a Roma, oltre l'Ardita, l'anno scorso è stato fondato l'Atletico San Lorenzo; a Teramo c'è la Polisportiva Gagarin; a Napoli ci sono ben quattro squadre (Lokomotiv Flegrea, Stella Rossa 2006, Afro-Napoli United e Quartograd, che in due anni ha ottenuto due promozioni e ora milita in Prima Categoria); e a Lecce c'è lo Spartak Lecce, che recentemente è sceso in campo con la sigla No Tap (il comitato che si oppone al gasdotto che dall'Azerbaigian dovrebbe arrivare in Puglia) sulle magliette.

Tutte queste squadre sono costruite dal basso da tifosi, ultras e attivisti dei movimenti che non necessariamente si riconoscono nella definizione di "calcio popolare," ma che comunque intendono il calcio come uno ​strumento di condivisione di passioni e valori.

A questo proposito, Gesualdo afferma che le istanze che le squadre cercano di portano avanti sono tendenzialmente "quelle del quartiere e della città, poiché il calcio dev'essere un tramite e non soltanto il fine: non si può ridurre tutto e semplicemente al gioco del calcio in sé. Questo, insomma, è un po' il significato del calcio popolare."

Il numero crescente di squadre di questo tipo, tuttavia, potrebbe dare fastidio a più di una persona—specialmente a quelle che governano lo sport dilettantistico.

"Le società più blasonate sul territorio di Roma gestiscono gli impianti sportivi in condizioni di monopolio, e dunque è ovvio che inizino a guardare con diffidenza questo tipo di modello," dice Magro. "Le stesse gestiscono anche le scuole calcio a livello giovanile, e sono tutte 'implicate' con gli amministratori locali e regionali. Le scuole calcio, inoltre, sono sempre state un grosso bacino di voti, perché garantiscono un contatto diretto con le famiglie."

L'agguato a Magliano Romano, insomma, ha una valenza indubbiamente politica ma persegue anche l'obiettivo di alzare la tensione e, alla fine, di intimidire tutte queste realtà che stanno sorgendo nel calcio italiano. E proprio per questo da molte società è arrivata la solidarietà all'Ardita.

Magro tiene comunque a sottolineare che che "l'aggressione non ci spaventa e non ci distoglie dai nostri propositi. Ne prendiamo atto e continuamo a svolgere l'attività che abbiamo sempre svolto." Questo, continua, va fatto anche per "non assecondare il discorso degli opposti estremismi che confliggono."

E in effetti, in questo caso la teoria degli "opposti estremismi" non regge più di tanto. Anche perché domenica scorsa c'è chi ha picchiato da una parte, e chi dall'altro è finito in ospedale senza aver fatto nulla—il che, a ben vedere, non è esattamente la stessa cosa.


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