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6.12.17 Fascisti su Facebook, ecco i gruppi segreti con cui la galassia nera fa proseliti sul web
18.11.17 Milano L'avanzata neofascista, l'estrema destra tra periferie e lotte interne
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9.11.17 Ostia, le bugie di CasaPound su Roberto Spada e quegli affari della leader Chiaraluce
7.11.17 La bolla di Casapound ad Ostia e l’eccezionalizzazione dei fascisti
5.11.17 Forza nuova Holding 2: Così ha provato a piazzare anche un quadro di Gauguin
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2.11.17 Tartarughe frecciate e inquinamento nero
27.10.17 Ex Forza Nuova:"Ora vi spiego Fiore e a che servono le ronde"
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15.10.17 Casa Pound Milano S.p.a. – reportage 1 Pivert
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17.09.17 Gran Bretagna: La minaccia dell'estrema destra islamofoba
27.08.17 “Addestrati e armati”. I gruppi neonazisti spaventano l’Europa
26.08.17 Wu Ming La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
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23.08.17 Le Fantasie Virili Di Ludwig

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pubblicato il 4.02.13
Un calcio al nazismo vita di Arpad Weisz
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La storia del grande allenatore ungherese di origini ebraiche, raccontata nel libro di Matteo Marani. Dagli scudetti con Inter e Bologna al tragico epilogo a Auschwitz

Il 15 gennaio scorso a Milano si è giocata la partita dei quarti di finale di coppa Italia tra Inter e Bologna. Il dato più importante della serata non è stato il match ma il ricordo che entrambe le squadre hanno voluto dedicare a Arpad Weisz a un paio di settimane dalla Giornata della memoria. Weisz (seppure con il nome fascisticamente mutato in Veisz) è stato allenatore dell'Internazionale (anzi, all'epoca Ambrosiana, sempre per volere del regime) e del Bologna. Ungherese di origini ebraiche, era nato a Solt nel 1896, di lui si sapeva che era stato un buon calciatore in patria, anche qualche presenza in nazionale, un'ala scattante arrivato poi a giocare in Italia ma bloccato presto da un infortunio. Lì inizia la sua seconda carriera, ancora più prestigiosa. di allenatore. All'Inter vince lo scudetto del '29/30, primo campionato a girone unico e scopre un ragazzino magrolino che lui fa debuttare in squadra giovanissimo: Giuseppe Meazza. Scrive anche un libro considerato un gioiellino tattico (Il giuoco del calcio scritto con il dirigente nerazzurro Aldo Molinari e prefazione di Vittorio Pozzo). Stupisce tutti non solo per la competenza, ma anche perché contrariamente al costume dell'epoca, forse perché ancora giovane si mette in maglietta e braghette a compiere gli esercizi insieme ai calciatori. Il suo record di allenatore vincitore di scudetto a 34 anni è tuttora imbattuto. Dopo qualche anno e una tappa a Bari arriva a Bologna, dove il regime ha fatto costruire uno stadio colossale. Lì vince un paio di scudetti e nel 1937 a Parigi in una sorta di coppa dei campioni ante litteram, si aggiudica il torneo internazionale battendo sonoramente per 4 a 1 il Chelsea, in un'epoca in cui gli inglesi si ritenevano non gli inventori del calcio (giustamente) ma troppo superiori per confrontarsi con gli altri (bubbole). In Italia, e soprattutto a Bologna, Arpad si trova bene, come sua moglie Ilona, nel frattempo hanno anche avuto due figli Roberto nato nel 1930 e Clara nel 1934. Ma ormai siamo alle leggi razziali. Nel 1938 Mussolini mette la sua firma e inasprisce di persona le limitazioni nei confronti degli ebrei. Arpad non può più allenare, i figli non possono andare a scuola, la vita diventa impossibile. Devono andarsene. Cercano rifugio in Francia.
E qui le tracce di Weisz e della sua famiglia si sono perse. Per decenni non si è più saputo che fine avessero fatto. «Mi sembra che si chiamasse Weisz, era molto bravo, ma anche ebreo,e chi sa come è finito» aveva scritto Enzo Biagi in Novant'anni di emozioni, un libro dedicato al suo amato Bologna. Già, che fine aveva fatto? Domanda che si è posto anche Matteo Marani, giornalista e direttore del Guerin Sportivo. Che comincia un lavoro più vicino a quello del detective che a quello del reporter. E un po' alla volta riesce a ricostruire la vicenda, tragica e sconosciuta della famiglia Weisz. Partendo da Bologna, dai registri scolastici dove avrebbe dovuto risultare Roberto alle elementari, telefonando ai nomi di quelli che avrebbero potuto essere suoi compagni di classe. Marani fa centinaia di volte la domanda sui Weisz, inutilmente. Quando chiama Giovanni Savigni trova prima silenzio, poi la risposta che era stato il suo amico d'infanzia. Una prima traccia, ma c'è di più, Giovanni ha conservato lettere e cartoline di Roberto e di sua mamma Ilona. Uno scambio che permette di ricostruire come i Weisz fossero andati a Parigi e dopo qualche mese in Olanda a Dordrecht, dove Arpad era stato chiamato per allenare la modesta squadra locale. L'appassionante storia della famiglia Weisz è stata così ricostruita nel libro Dallo scudetto ad Auschwitz, vita e morte di Arpad Weisz allenatore ebreo (Aliberti editore). Un racconto magnifico e commovente, purtroppo con un finale già scritto. Perché dopo un paio di stagioni come allenatore a Dordrecht (mentre il suo Bologna conquistava altri scudetti, una squadra che «tremare il mondo fa») arrivano i nazisti. E nel 1942 i Weisz finiscono prima nel campo di Westerbork, poi vengono caricati sul treno per Auschwitz. Arpad sopravvive per un po' lavorando, Ilona, Roberto e Clara praticamente non vedono neppure il campo di sterminio, appena sbarcati dal treno vengono subito dirottati verso le camere a gas di Birkenau.
Una storia che è stata grandiosamente usata in Federico Buffa racconta Arpad Weisz, andato in onda su Sky sport proprio il giorno della Memoria. Vale davvero la pena di recuperarla, magari su You tube, perché si tratta di uno dei più coinvolgenti racconti capaci di mescolare sport, politica, cultura in un mix che riconcilia con il giornalismo, non solo quello sportivo. Federico Buffa, pagando e dichiarando il suo debito nei confronti del lavoro di Marani, pur senza avere grandi immagini a disposizione, anzi avendo proprio pochino, riesce a catturare parlando di calcio, di regole, di tattiche, di geografia, di fiumi, di calciatori ma soprattutto di uomini, di persone di storie che arrivano a colpire profondamente e a commuovere lo spettatore.
Ora sia presso lo stadio di Bologna dove campeggiava la statua di una Nike fascista (ora posta al chiuso insieme a un Mussolini equestre) che in quello di San Siro, meglio Giuseppe Meazza, sono state poste delle targhe a ricordo di Weisz, dopo il lungo e colpevole oblio. Qualcuno ha voluto paragonarlo a Mourinho, ma da quel che è dato sapere Weisz era un tipo davvero schivo, lo testimoniano le poche immagini che ci sono giunte di lui. Ora è vero che erano altri tempi, ma un allenatore così vincente, in grado di influenzare anche il mitico paternalismo fascista di Vittorio Pozzo (che in quegli anni vinse due mondiali e un'olimpiade), avrebbe avuto diverse occasioni per mettersi in mostra. Invece preferiva il lavoro sul campo, con i ragazzi, che ascoltava per capirli meglio, che portava in ritiro (forse recalcitranti), grande scopritore di talenti. Grazie a Marani e Buffa ora abbiamo conosciuto l'intera storia di Weisz, quella delle vittorie sportive e quella di una fine terribilmente odiosa.

ANTONELLO CATACCHIO

http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9096/

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