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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 23.07.07
Conflitti metropolitani. Stadi e periferie
·

Conflitti metropolitani. Stadi e periferie

di Emilio Quadrelli

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Canteremo sino alla morte/innalzando i nostri color/ è una canzone che viene dal cuor (Inno degli Ultras Tito Cucchiaroni)

Classi pericolose

Al pari di gran parte delle tifoserie più o meno organizzate anche gli “ultras” del Catania sembrano essere in gran parte egemonizzati dalla destra radicale. Un’egemonia forse più “culturale” che politica ma che, in ogni caso, potrebbe essere di per sé sufficiente per stigmatizzarne l’operato e sentirsi, al contempo, in buona pace con se stessi oltre a essere, una volta tanto, in sintonia con il vecchio marxismo che, in casi estremi come questo, può sempre essere riesumato. Secondo non pochi sociologismi di maniera, infatti, gli utras – fascisti sono semplicemente lumpenproletariat (1) e a questo punto i conti sembrerebbero facilmente tornare. Forse fin troppo. Riedizioni moderne della Brigata dei Macellai, in fondo, sembrano avere ben poco di interessante da raccontarci in quanto facilmente ascrivibili a mera questione di ordine pubblico. A un esame solo leggermente più attento le cose sembrano essere un poco più complesse e degne di maggiore attenzione.
L’intervista che segue può essere considerata come uno dei punti di vista maggiormente presenti tra le tifoserie legate, in qualche modo, alle suggestioni della destra radicale. C., il nostro intervistato, un giovane operaio precario di 23 anni non svolge attività politica militante tuttavia alcuni tatuagi, le spillette che adornano il suo bomber nero con l’immancabile tricolore oltre agli adesivi posti in bella mostra sul suo casco raccontano chiaramente quali siano le preferenze politiche sue e del gruppo di tifosi nel quale “milita” (2) .
Lo stadio e la curva sono sicuramente il terreno a lui più congeniale e il luogo in cui investe gran parte delle sue risorse ed energie senza tuttavia tirarsi indietro quando il gruppo sposta l’interesse dallo stadio verso gli immigrati, i militanti dei centri sociali o più in generale i rossi. Alle spalle ha un diploma di scuola media superiore e una normale famiglia proletaria, se è ancora lecito usare un simile termine, una delle tante che da tempo faticano ad arrivare alla fine del mese. Famiglia non particolarmente politicizzata ma che ha sempre votato a sinistra.

Cosa pensi di quanto è appena accaduto a Catania?

Che la polizia ha avuto quello che si meritava e che forse adesso la smetteranno di fare i prepotenti.

Tu conosci i tifosi organizzati del Catania? Cosa pensi di loro?

Personalmente non li conosco ma so chi sono, cioè so cosa pensano, come si muovono e come si comportano. So che sono dei bravi ragazzi molto fieri e che hanno un grosso seguito in città.

Quindi, secondo te, l’intera faccenda in qualche modo è stata organizzata da loro?

Non si può metterla giù in questo modo perché questo non ti dà l’idea di come funzionino veramente le cose e poi si finirebbe per circoscrivere l’intera faccenda allo stadio, cosa che non è vera perché è più giusto dire che intorno e dentro allo stadio finiscono per concentrarsi molte situazioni di scazzi e conflitti particolari e che lì possono essere affrontate in blocco. Guarda è una cosa molto semplice. Tu abiti in un posto, un altro da un’altra parte e quello da un’altra parte ancora però, in un modo o nell’altro, gli sbirri ti hanno rotto i coglioni e allora, invece di affrontarli singolarmente, in una situazione di debolezza, la questione te la risolvi allo stadio dove la forza che puoi mettere in campo è cento volte superiore. Questo per tanti motivi ma uno è il più importante. Allo stadio, quando partono gli scontri con gli sbirri, coinvolgi praticamente tutti perché, la maggior parte, non aspetta altro che togliersi qualche soddisfazione. Se fai la guerriglia in quartiere per loro è facile localizzarti e isolarti e in più sono capaci di mettere a ferro e fuoco l’intera zona, terrorizzando gli abitanti. Alo stadio, invece, lo spazio di manovra è molto più vasto e loro non possono rifarsi sugli abitanti, soprattutto contro i vecchi e le donne. Gli sbirri non sono solo infami ma dei vigliacchi cagasotto. Sono capaci a fare i grandi solo con i più deboli. Li hai mai visti quando vanno alla carica? Se la prendono sempre con le parti più deboli e indifese. Nei filmati queste cose non le fanno mai vedere ma non ha tanta importanza. La gente i segni che gli hanno lasciato addosso non se li dimentica facilmente. Possono raccontarla come vogliono ma a noi è capitato mica una volta sola di essere applauditi da tante persone che non c’entrano un cazzo con gli ultras solo perché ci hanno visto caricare e mettere in fuga gli sbirri. Cosa vuoi sono in tanti a pensare che è persino meglio avere un figlio frocio che un figlio celerino.

Allora, se hai voglia, dovresti provare a spiegarmi un po’ più chiaramente in quali dinamiche tutto questo deve essere inserito.

Ti premetto che non ho notizie di prima mano ma nonostante questo credo di poterti dire se non proprio come sono andate le cose, e anche se lo sapessi non te lo direi, in quale situazione sono maturate. Intanto cominciamo con il dire che loro possono anche raccontarla come vogliono, che si tratta di quattro teste calde, di gruppi isolati, di criminali e tutte ste cazzate qua, ma poi chi è che gli crede? Chi è che ha fiducia e sta con gli sbirri? Nessuno. Quello che si legge sui giornali o senti alla televisione sono solo chiacchiere che uno dice tanto per toglierseli dalle palle. È normale che se uno è intervistato da un giornalista gli dice quello che lui si vuol sentire dire. Mica è scemo. Lo farei anch’io. Gli dice quello che tutti sanno che bisogna dire in quei momenti. Magari dice anche che è una vergogna che si vada allo stadio armati e in tasca ha una lama tanta. Ma queste sono cose che non contano e appena giri l’angolo ti ci fai una risata. I giornalisti si credono furbi ma li stanno a prendere tutti per il culo. Lo sanno tutti che scrivono e fanno vedere solo quello che vogliono gli sbirri e per questo non gli crede nessuno. Quello che sto dicendo non sono esagerazioni, lo puoi vedere in continuazione. Ti ricordi la storia che è successa con la notizia del bambino morto durante il derby all’Olimpico? Va bene era una bufala che non si sa neppure come sia nata ma, questo è l’importante, tutto lo stadio ha creduto a quello che la curva diceva e non si è minimamente inculato le smentite degli sbirri, del sindaco, del prefetto e di tutti gli altri paraculi. Solo Zamparini, il presidente del Palermo, ha avuto il coraggio e l’onestà di ammetterlo. Lo ha fatto in una trasmissione televisiva e tutti gli altri, che erano lì a dire le solite cazzate su di noi, non sapevano più da che parte guardare. Te lo ricordi il coro: infami, infami rivolto agli sbirri e a tutti gli altri e allora vedi che quello che gli ultras sono gruppetti isolati e senza seguito sono tutte cazzate. Loro possono anche dirle ma poi le storie vanno in un altro modo. Agli sbirri non ci crede nessuno e se magari non tutti li odiano, di sicuro non li amano. Almeno non dalle nostre parti. In questo non c’è niente di strano e di eccezionale, sono cose di tutti i giorni. L’unica differenza è che a Catania c’è scappato il morto, amen. Noi tutta sta gente affranta e addolorata non l’abbiamo vista. Da noi, nella nostra zona appena abbiamo saputo della notizia ci siamo ritrovati e abbiamo iniziato a festeggiare. Quando la gente ci chiedeva che cazzo avevamo da essere così allegri glielo dicevamo, e il risultato è stato che erano più che quelli che andavano a cercarsi una birra che quelli che se ne andavano indignati. Anzi, di indignati non ne ho visti proprio, se non si fermavano era solo che avevano qualche impiccio da sbrigare. E non ti parlo solo di pischelli ma di padri di famiglia. Qua la polizia non la può vedere quasi nessuno. Questa è la reazione che ho visto.

Le descrizioni dell’ultras ci restituiscono una realtà ben più vicina al vero di quanto, abitualmente, siamo soliti ascoltare. In altre parole il paese reale (o per lo meno sue parti non secondarie) appare ben distante dal paese legale. Lo “scandalo” del “derby del bambino morto” (3), ad esempio, è cosa ampiamente nota e non vi è motivo per dubitare, come del resto alcune note etnografiche che seguono sembrerebbero confermare, che la reazione agli “eventi di Catania” in numerosi comparti metropolitani sia stata salutata con un certo entusiasmo. A emergere, più che un’improbabile “dimensione stadio” in grado di determinare, in quanto “fatto sociale totale”, una sorta di “sospensione” e “autonomizzazione” rispetto alle consuete dinamiche sociali ed esistenziali (in poche parole il contenitore stadio sarebbe in grado di determinare, in quanto tale, un mutamento di pelle degli attori sociali coinvolti nell’evento che,però, una volta fuoriusciti da tale frame non avrebbe ricadute su altri tipi di comportamenti) sembra raccontare qualcosa d’altro (4). Lo stadio, piuttosto, sembra essere il punto d’incontro di tensioni la cui gestazione affonda le radici all’interno di mondi sociali, le periferie metropolitane, che le retoriche politiche convenzionali hanno da tempo estromesso dalla loro agenda. Il proseguo dell’intervista sembrerebbe rafforzare tale ipotesi.

Ok, ma a me interessa capire perché e in che modo si tratta di qualcosa di più di un incidente da stadio?

Vedi, per capirlo veramente non ti devi limitare a vedere le cose dello stadio e a considerare queste come qualcosa che nascono e muoiono lì. Lo stadio, la curva, la maglia è il punto d’arrivo ma anche di partenza di tante altre cose che hanno a che fare con tutta la nostra vita, quella di tutti i giorni. Spesso ci chiamano ragazzi da stadio, ragazzi delle curve ma è una cosa sbagliata. In questo modo si finisce per pensare che tutto ruoti intorno alla dimensione stadio mentre, in realtà, questo è solo una parte, e forse neppure la più importante, di quello che siamo. È la più nota per il semplice fatto che stampa e televisione, per criminalizzarci, la mettono continuamente in primo piano. Allora sì, per tornare a Catania, non è assolutamente improbabile che, in molti, abbiano colto quell’occasione per risolversi una questione con gli sbirri che stava andando avanti da tempo. I tifosi organizzati possono anche essere quelli che hanno dato fuoco alle micce ma, come del resto si vede bene dai filmati, quella che è scoppiata è stata una rivolta popolare, non proprio di quattro gatti e questo non so come abbiano ancora il coraggio di dirlo, che sicuramente covava da tempo e che in quell’occasione è scoppiata. Tu mi chiedi quanto, in tutto questo, i gruppi di tifosi abbiano avuto un ruolo ma se tu poni la domanda in questo modo vuol dire che non hai nessuna idea di come girano le cose e, scusami, mi viene anche da domandarmi in che mondo vivi. Io sono un tifoso e ok, ho il mio gruppo chiamiamolo dello stadio e ok ma questo gruppo, diciamo noi, non è che sta sulla luna, ma vive in mezzo agli altri. Noi siamo tifosissimi, altri lo sono un po’, altri ancora non gliene frega un cazzo del calcio. Fino qui mi segui? Bene. Però tutti ci conoscono e sanno che non siamo tipi da tirarci indietro, su niente. Con tutti gli altri, tifo o non tifo, condividiamo le stesse cose. Lavori del cazzo, soldi che non ci sono, immigrati e negri che fanno i padroni nei nostri quartieri, sbirri che ci rompono i coglioni dalla mattina alla sera, giornalisti e politici, tutti servi dei comunisti, che ci disprezzano. Abbiamo gli stessi problemi e, nelle cose che contano, la ragioniamo allo stesso modo. La storia dello stadio la devi capire a partire da qui. Ti faccio un esempio. Se organizzo una trasferta e il mio scopo è attaccare quelli dell’altra tifoseria di ragazzi che mi seguono ne posso trovare cento, duecento qualcuno in più se voglio proprio essere ottimista. Quelli che vengono a informarsi la prima cosa che mi chiedono è: cosa volete fare? Perché se la trasferta si limita, al massimo, a qualche scontro con gli altri tifosi la maggior parte se ne rimane a casa ma se ci sono buone possibilità che si vada a uno scontro con gli sbirri, che si possano assaltare negozi, supermercati e far cagare un po’ sotto tutti gli stronzi in giro a fare shopping allora non mi bastano i pullman. Si parla tanto di strumentalizzazioni da parte delle curve dei tifosi e soprattutto di quelli più giovani, non so con che pischelli hanno a che fare questi giornalisti perché quelli che conosco io se non hanno almeno una mazza da baseball a portata di mano non vanno nemmeno al bar e se non c’è da spaccare, rompere e menare non gli viene nessuna voglia di muoversi.

Quindi, secondo te, lo stadio assume quell’importanza perché, per ovvi motivi, diventa una vetrina la cui cassa di risonanza è garantita?

Sì ma non nel modo in cui solitamente viene detto. Non ce ne frega un cazzo di finire alla televisione o sui giornali e neppure, come un sacco di cazzoni ripete in continuazione, di fare casino per poterci poi esaltare guardandoci per televisione. Quello che ci frega è dire a tutti quelli che si comportano come se non esistessimo: eccoci qua. Non solo esistiamo ma siamo in grado di spaccarvi il culo come e quando ci pare, siamo qua, se proprio ci volete provate a venirci a prendere. Non ci interessa la notorietà, questa ve la lasciamo tutta, quello che ci interessa farvi capire che non solo esistiamo ma che i conti con noi dovete farli per forza, altrimenti continuerete a svegliarvi in mezzo a un incubo.

Alcuni aspetti iniziano a farsi più chiari. “Eccoci qua” è un’affermazione che dovrebbe far riflettere. Centrale sembrerebbe essere l’idea di esistere in quanto corpo collettivo ed è qua che, con ogni probabilità, la destra radicale è in grado di funzionare come collante identitario nei confronti di un’underclass white che i mondi della politica, e soprattutto quelli della sinistra, hanno privato del sogno di una cosa (5). Accettate senza troppe remore le retoriche che hanno fatto da sfondo all’era globale, dove dominante è diventato l’individuo/cittadino (6), la sinistra ha per lo più escluso, persino nel suo lessico, qualunque rimando alla possibilità di un’esistenza storica collettiva. All’io collettivo della classe operaia di luxemburghiana memoria (7), e a tutte le suggestioni e aspettative che si portava appresso, si è sostituita la cornice dell’io del cittadino globale, più o meno desiderante (8), dalla quale, per forza di cose, quote di popolazione non secondaria sono forzatamente escluse. In primis tutte quelle aree sociali, precarizzate, flessibilizzate e globalizzate in basso (9), che trascinano le loro esistenze tra lavori di scarso profilo e attività semi illegali o di piccola criminalità. In altre parole tutti coloro che, le logiche di senso comune, ascrivono ai mondi delle “nuove classi pericolose” (10). Per costoro, la ricerca di una dimensione esistenziale collettiva, sembra essere qualcosa di vitale. Una ricerca non priva di contraddizioni ma che, non per questo, va ignorata. Il proseguo dell’intervista, sotto questo aspetto, si fa non poco interessante.

Continui a usare con una certa insistenza il noi dando la chiara impressione di volerlo sovraccaricare di un significato particolare. Perché, anche quando parli di te, usi sempre il plurale?.

Sì, uso più volentieri noi invece che io perché per tutti noi è molto importante e fondamentale il senso della comunità. Noi esistiamo se esiste la comunità al di fuori della sua dimensione non esiste nulla. Solo la disperazione.

Ma che cosa vuol dire essere una “comunità”?

Per prima cosa vuol dire considerare tutti quelli come te dei fratelli e delle sorelle nei confronti dei quali sei disposto a mettere in gioco tutto, anche la vita perché uno che muore per la sua comunità non muore mai, è sempre con lei. Il suo nome è scolpito nei cuori di tutti i fratelli e le sorelle che lo ricordano sempre, non solo nel momento del Presente. La comunità è quella che ti rende vivo, che ti dice che esisti. Vivere la dimensione comunitarista vuol dire avere un’identità una Patria e una Nazione della quale vai continuamente orgoglioso e fiero. Difendi e affermi il tuo essere bianco e italiano, che sono le cose che contano di più. Noi andiamo molto fieri di questo e soprattutto, al contrario di quei fighetti stronzi dei no global, dei nostri soldati che difendono nel mondo la nostra identità nazionale. Anche i martiri e gli eroi di Nassirya appartengono idealmente alla nostra comunità e meritano il Presente.

Tutto questo, però, come si concilia con la vostra spiccata predisposizione ad attaccare e a scontrarvi con le forze dell’ordine? Non è una palese contraddizione inneggiare e identificarsi da un lato con i Carabinieri, i Paracadutisti, i Fanti della Marina, i Lagunari e via dicendo mentre, in contemporanea, allo stadio e nella vita quotidiana assumerli come uno dei vostri principali nemici?

Che c’entra, sono due cose diverse. Lì c’è di mezzo l’Italia e il tricolore. Il tricolore è nostro come sono nostri i soldati che combattono. Lì c’è di mezzo la Patria e la lotta per la supremazia della razza bianca, sono queste cose che i soldati difendono. La loro guerra è anche la nostra perché se loro combattono lontano da casa noi lo facciamo ogni giorno qua, nei nostri quartieri, nei nostri territori difendendoci dagli stranieri e tenendoli al loro posto. Noi, come loro, ci sentiamo in prima linea nella difesa della nostra identità e per questo non può che esserci una totale identificazione con loro. E poi il soldato è una cosa, lo sbirro un’altra. Molti miei amici hanno fatto il militare, e qualcuno c’è anche rimasto, nei parà o nei lagunari, mica per questo sono diventati degli sbirri.

I brani appena ascoltati non sembrano necessitare di particolari commenti. Il vuoto progettuale che la sinistra ha aperto nei mondi della periferia ha spalancato le porte a un “radicalismo” del quale avremmo volentieri fatto a meno. Tuttavia, poiché la vita materiale in cui gli individui sono ascritti in qualche modo riesce sempre a emergere dalle gabbie culturali in cui sono precipitati, all’interno di questo “radicalismo” che non sembra lasciare molte speranze, non poche contraddizioni emergono.

Però, di solito, tra la destra e le forze dell’ordine è sempre corso buon sangue. Non è un po’ un controsenso questo vostro odio viscerale verso la polizia? Di solito i leader dei vostri gruppi sembrano avere idee e apprezzamenti molto diversi nei confronti delle forze dell’ordine e, anzi, le considerano un settore particolarmente importante per loro in quanto, secondo il loro punto di vista, tra forze di polizia e destra politica ci sono delle obiettive affinità. In che modo vi barcamenate in una simile situazione?

Ma vedi questo è anche un po’ il motivo per il quale io e anche molti altri in certe storie ci va bene starci ma senza aderire del tutto a qualche movimento politico. Noi siamo una cosa, mi riferisco al mio gruppo e a tutti quelli come me, fatto in un certo modo, con certi legami e molte cose che dicono e organizzano questi gruppi politici ci stanno bene e ci va di farle anzi, tante volte, le facciamo senza neanche dirgli niente. Per dare la caccia agli immigrati e tagliare o sprangare qualche rosso non abbiamo bisogno che ci spieghino loro come e quando lo dobbiamo fare. Però oltre a questo non è che ci troviamo tanto. Anche se dicono di stare e di essere come noi la maggior parte di loro, cioè i politici veri e propri, sono fatti della stessa pasta di quelli che noi odiamo. Non abitano nelle nostre zone e si vede che sono più abituati a portare la giacca che la nostra divisa. Quando si vestono da skinhead sembra che si mettano il vestito della prima comunione. Gli anfibi sono lucidi e senza crepe e i bomber inamidati. Non ci vuole tanto a capire che si vestono così per sembrare come noi ma, si vede benissimo che tra noi e loro c’è un abisso. Ma non è solo questo a renderci molto diffidenti nei loro confronti. La differenza grossa c’è per il rapporto che loro hanno con gli sbirri. Ora a me può anche andare bene che tu hai delle maniglie con questi e allora puoi avere delle coperture ma quello che non mi va bene e che non posso proprio accettare è che siano gli sbirri a dirigere tutte le faccende. Per me e tutti quelli come me l’offesa maggiore che puoi fare a uno è dirgli che è frocio, cornuto e sbirro e tra le tre, sbirro è l’offesa peggiore. Questi gruppi, invece, considerano gli sbirri il loro referente principale e a noi questo non può stare bene perché con gli sbirri hai a che fare tutti i giorni e loro stanno sempre dall’altra parte. Già con le storie del G8 erano nati dei problemi.

Perché e per quali motivi?

Cosa è successo lo sanno e lo hanno visto tutti. Quelli che pensavano di essere i nostri capi erano tutti esaltati perché dicevano che avevano fatto un buon lavoro e che i nostri camerati ormai in molti gruppi erano diventati la forza principale e che i tempi erano maturi per un governo forte e anticomunista. La maggior parte di loro stravede per Berlusconi che considerano il nuovo Duce. Io l’unica volta che ho visto da vicino qualcuno dei giovani azzurri mi è venuto l’istinto di tirare fuori la lama. Se i rossi e i negri mi stanno sul cazzo questi mi fanno addirittura vomitare. Cosa cazzo hanno a che spartire con noi questi fighetti figli di papà non mi riesce proprio di vederlo. Loro e tutte quelle troie che gli girano intorno e che ti guardano come se fossi un animale da circo non li voglio avere vicini nemmeno se mi danno dei sacchi. Mi viene solo voglia di entrargli in casa per saccheggiare i loro appartamenti di venti stanze. Loro non stanno in cinque in quattro vani e alla sera per uscire prendono la Porsche di papà e la carta di credito della mamma. Stronzi. Con loro, come con gli sbirri non possiamo averci a che fare. Noi le nostre cose sul G8 le abbiamo dette con molta chiarezza quando, all’Olimpico, abbiamo esposto uno striscione in onore di Carlo Giuliani. Uno che stava dall’altra parte ma che comunque è pur sempre stato ucciso dai boia della polizia, mentre si stava battendo per i suoi ideali. Carlo Giuliani era un sì nemico ma uno che allo stesso tempo merita un grande rispetto. Per gli sbirri, morti o vivi, invece non ce ne può essere. Loro non hanno nessun ideale, sono solo dei mercenari. Noi non abbiamo fatto festa quando abbiamo visto cosa facevano ai manifestanti di Genova, anche se erano dei rossi. Per questo con i gruppi politici di destra e soprattutto con i loro capi non ci piace avere rapporti tanto stretti e organizzati. E poi a noi non piace essere comandati da qualcuno che non si è guadagnato sul campo il diritto di comandare. Mi sta bene avere un capo, ma devo essere io a scegliermelo e lo faccio perché so quello che vale non perché è dirigente di questo o segretario di quello. Ma in azione chi lo ha mai visto? Magari è uno studentello esaltato che le lame le ha viste solo al cinema e se gli dai una mazza da baseball non sa nemmeno come impugnarla. E poi questi dicono sempre bisogna fare di qua, fare di là ma se c’è da attaccare un centro sociale non li trovi più. Tante volte ho l’impressione che più che altro ci vogliano usare per le loro storie e poi, al momento buono, scaricarci e buttarci in pasto ai governanti e agli sbirri. Noi combattiamo per il nostro popolo ma gli sbirri lo sappiamo bene stanno sempre dall’altra parte. (C.)

Gli ultimi brani dell’intervista mettono bene in evidenza come, nell’insieme, i giochi siano meno definiti di quanto, a prima vista, potrebbe apparire. Intuitivamente, ciò che in altre epoche si sarebbe definito “istinto di classe”, l’attore sociale percepisce che, Berlusconi e il tipo umano che questi incarna, gli sono oggettivamente nemici. Tra la sua “comunità” e le schiere di “presidenti operai” che cercano di allettarli vi sono ben pochi territori comuni. Ai suoi occhi la “destra di governo” ricorda assai da vicino quegli operai che non hanno mai lavorato e quei soldati che non hanno mai combattuto ma, soprattutto, e indipendentemente dai panni che provano a vestire il loro essere “la classe nemica” traspare senza troppe titubanze (11) e il modo in cui è affrontata la “questione polizia” non sembra lasciare troppi dubbi.

Una scintilla può bruciare le metropoli

Ed è intorno alla “questione polizia” che molti nodi vengono al pettine. Una modesta inchiesta “a caldo” condotta a Genova tra i “ragazzi da stadio” sui fatti catanesi ci restituisce un’immagine di alcuni mondi sociali ben distante da quella che media, politici e gran parte dell’intellighenzia si sono affrettati a mostrare. Nel primo caso a parlare è R. un ragazzo di 27 anni, un operaio legato a una tifoseria antifascista e ideologicamente molto distante dalle retoriche che fanno da sfondo alla tifoseria catanese. L’intervista avviene la sera di venerdì 2 febbraio poche ore dopo gli incidenti seguiti al derby Catania – Palermo all’interno di un locale pubblico abitualmente frequentato da “ragazzi da stadio” di tifoserie diverse ma sostanzialmente omogeneo sotto il profilo politico e culturale. Da ore la loro attenzione è rivolta ai servizi e alle notizie che in continuazione rimbalzano da Catania e i brindisi non sono mancati.

Così, a caldo, che cosa ti viene da dire su quanto è accaduto oggi pomeriggio?

Intanto mi viene da pensare a tutti quei poveri ragazzi che sono finiti nelle mani degli sbirri. Non è difficile immaginare cosa gli staranno facendo. E poi, il morto, doveva proprio essere un bel cornuto se è voluto ritornare alla celere.

Secondo te come si comporteranno i capi delle tifoserie? Collaboreranno con le forze dell’ordine oppure, anche a costo di rischiare delle gravi incriminazioni, faranno muro e non daranno alcuna indicazione utile alle indagini?

Premesso che qualche mela marcia o qualcuno che si caga sotto può sempre esserci credo che non ci sarà collaborazione. Intanto, almeno da quello che le immagini televisive hanno fatto vedere, la dimensione degli scontri era talmente ampia che non credo sia facile circoscrivere a un’aria particolare quanto è accaduto. A quanto sembra di capire la cosa lì è nata sulla partita ma, nel momento in cui sono scoppiati gli scontri, sono intervenuti altre questioni che probabilmente hanno coinvolto tanti che del derby e dei tifosi palermitani non gliene fregava un cazzo ma quando si è trattato di attaccare la polizia non gli è parso vero. I tifosi catanesi, almeno quelli organizzati non sono molti ma lì c’era mezza città a fare gli scontri quindi credo che la storia sia un po’ più grossa. Quindi non è improbabile che, diciamo il colpevole, sia qualcuno che non è legato strettamente alla tifoseria e a questo punto anche se lo volessero avrebbero ben poco da collaborare. Poi c’è un’altra cosa importante da dire, una cosa che molti di noi hanno potuto constatare quando siamo andati giù in trasferta. Catania è una città socialmente sana e un catanese, come dicono loro, quando vede uno sbirro si scanta. Non gli piace avere a che fare con loro. Possono pensarla in modi diversi ma su certi principi sono uniti. Se la cosa fosse successa a Palermo probabilmente le cose andrebbero in modo diverso ma lì c’è la mafia che con gli sbirri è pappa e ciccia. A Catania, almeno da quel poco che conosco e che ho potuto vedere mi sembra che le cose siano diverse. Poi i tifosi del Catania sono quello che sono, tutti fascisti, ma questo è un altro discorso ma non per questo non dobbiamo essere solidali con loro.

Ma questa non è una contraddizione? Voi, almeno i gruppi di tifosi che vi riunite qui, avete una matrice dichiaratamente di sinistra, com’è possibile esprimere solidarietà e, inutile far finta di niente perché da come state commentando le immagini lo si intuisce facilmente, una non poca ammirazione per quanto questi hanno messo in piedi?

Non è mica tanto difficile da capirlo. Le questioni con loro ce le vediamo tra noi, non è che all’improvviso mettiamo tra parentesi tutto e facciamo finta di niente ma di fronte alla polizia diciamo che è più che ragionevole sospendere le ostilità perché i fascisti veri sono gli sbirri. Il nemico sono loro. E adesso non li facciano passare per dei martiri. Vogliamo parlare di quello che è successo l’anno scorso durante Roma – Sampdoria?

Cos’è successo?

Come sempre hanno fatto presto a mettere tutto a tacere ma, se ti ricordi, anche il nostro presidente Garrone e il nostro direttore sportivo Marotta si erano incazzati non poco perché i sampdoriani, tutti i sampdoriani donne, anziani e minorenni per primi erano stati aggrediti e bastonati dal reparto mobile romano il quale, da sotto la divisa, prima di caricare ha tirato fuori il fazzoletto giallo rosso della Roma con sopra una spilletta con la testa di Mussolini.. L’odio nei nostri confronti non era dovuto semplicemente alla nostra fede calcistica ma al fatto di essere di Genova, una città tradizionalmente rossa e antifascista. Forse ci hanno caricati più perché rossi che blucerchiati. E non sono andati giù tanto leggeri. Mentre manganellavano oltre a inneggiare al Duce e alle camicie nere il loro slogan preferito era: uno,due, tre mille Carlo Giuliani. Oppure: dieci, cento mille Bolzaneto ma, i maiali, non scordavano neppure di ricordarci quello che avevano fatto alla Diaz. I pestaggi e le torture se li rivendicavano alla grande. Erano gli stessi che a Genova si erano particolarmente distinti nei pestaggi e nei rastrellamenti quando, chiunque secondo loro aveva la faccia da comunista, veniva preso e sminchiato. Posso ricordarti un episodio, uno tra i tanti del resto, che ho visto direttamente. Nonostante gli scontri fossero ormai cessati da qualche ora, i rastrellamenti continuavano. Una camionetta della polizia ha individuato tre ragazzine che, per come erano vestite e dall’aspetto, dovevano essere di qualche gruppo pacifista cattolico. Hanno inchiodato e sono scesi giù di corsa e gli si sono scaraventati addosso. Prima le hanno bastonate e, una volta a terra, le hanno prese a calci. Il tutto al grido di troie comuniste adesso vi stupriamo. Questi sono i celerini. Vogliamo forse dimenticarci che, quando se ne sono andati da Genova, hanno salutato la città con il saluto romano e cantando Allarmi siam fascisti. Quindi, se vogliamo parlare di fascismo, parliamo della polizia perché i fascisti sono loro. Con le altre tifoserie ce la vediamo per conto nostro, ma questo è un altro discorso. Chi, tutti i giorni, mi rompe i coglioni, in quartiere ma anche sul lavoro, non sono mica gli Irriducibili della Lazio o i Boys dell’Inter (12), sono le divise.

Perché hai accennato anche al mondo del lavoro. Posso immaginare i problemi in quartiere ma in fabbrica?

Anche tu dove cazzo vivi? In fabbrica, per un motivo o per l’altro, gli sbirri te li ritrovi sempre tra i coglioni. Se organizzi uno sciopero duro e picchetti gli ingressi, tempo dieci minuti ti arriva la Digos e puoi stare sicuro che entro un paio di giorni ti arriva un mandato di perquisizione. Oppure, se alla direzione o al capo dei guardioni gli viene in mente che gli operai stanno facendo qualche traffico, gli sbirri ti piombano in fabbrica e cominciano a perquisire tutto. Tre giorni fa hanno aperto la bellezza di 150 armadietti per cercare del rame che il capo dei guardioni diceva che era sparito. La questione della polizia non è solo una questione legata allo stadio è la realtà con la quale devi fare i conti tutti i giorni. La polizia è il problema.

La seconda intervista avviene qualche giorno dopo e brilla per la sua sinteticità. A parlare è G. una tifosa rossoblu di 26 anni, operaia part time di un’impresa di pulizia da sempre presente nella “sua curva”.

Immagino che tu abbia seguito le vicende di Catania. Che cosa ne pensi?

Guarda ti parlo perché ti conosco e so che non sei uno di quei giornalisti del cazzo, altrimenti ti avrei già mandato a fare in culo. Quello che ho da dire su Catania è poco ma molto chiaro: Ultras 1 Polizia 0. Noi, e siamo in tanti, non ci siamo dimenticati di Carlo e di tutte le altre porcherie che ci hanno fatto. Mi auguro solo che questo non sia che l’inizio. Voglio solo aggiungere la mia piena solidarietà per tutti gli arrestati di Catania. Forza ragazzi, tenete duro. Siamo tutti con voi. Morte agli sbirri. (G.)

Per quanto in maniera sintetica le parole appena ascoltate raccontano qualcosa di non secondario dei nostri mondi. Gli Ultras (13) e i gruppi di “tifosi facinorosi” non vengono da Marte ma dalle tante periferie metropolitane, non sono sottoproletari residui di un qualche processo di modernizzazione destinati ben presto a estinguersi e neppure quote minimali di una qualche nuova forma di esclusione sociale radicale ma corpose avanguardie di una condizione sociale, culturale ed esistenziale, dei mondi contemporanei.
A differenza del lumpenproletriat, tendenzialmente estraneo al ciclo produttivo, questi rappresentato una parte essenziale della forza – lavoro di cui l’attuale ciclo di accumulazione capitalistico non solo ha necessità ma un bisogno famelico. Per paradossale che possa sembrare non sono l’anomalia dei nostri mondi ma, almeno in linea di tendenza, la norma in cui quote sempre più ampie di popolazione flessibile e precaria è destinata a ritrovarsi. Uno specchio del futuro prossimo e non decomposizione di strati sociali espulsi dalla Storia. Ma allora questo è qualcosa che, per forza di cose, ci interessa da vicino soprattutto se, essere di sinistra, significa ancora qualcosa.
Da tempo il disinteresse della sinistra per la periferia è ampiamente noto ma non solo, ancora più suicida è il discorso che intorno alla periferia la sinistra ha contribuito non poco a mettere in circolo, ribaltando completamente il tradizionale approccio verso questi luoghi. In un’epoca neppure troppo distante le periferie o, più concretamente il quartiere operaio e popolare, erano i luoghi dove l’idea – forza di “un altro mondo è possibile” si materializzava in una progettualità politica e culturale che, senza mezze misure, si contrapponeva alla città legittima quella dei padroni, della borghesia e perché no, della polizia. Era da questi luoghi che prendeva forma il sogno di una cosa. Oggi, grazie all’ordine del discorso che soprattutto la sinistra ha contribuito a mettere in circolo, le periferie sono state cancellate dalla mappa politica della Storia e relegate a mera questione di salute pubblica. Dalle periferie non s’avanza uno strano soldato ma masse anonime e senza volto colme di patologie. Nella percezione degli abitanti del centro, i “cittadini”, le periferie sono i luoghi del disagio, del malessere, della micro criminalità, della delinquenza giovanile e così via (14). Nient’altro che il ricettacolo di tutti gli scarti che ogni processo di modernizzazione inevitabilmente si porta appresso. Ma, al contrario del rassicurante sottoproletariato classico, questi non sono destinati a scomparire, piuttosto a moltiplicarsi e a diventare, anche nei nostri mondi, la condizione di importanti quote di popolazione che il capitalismo globale non può estinguere perché ne ha un bisogno vitale (15). E con questi, piaccia o no, saranno in molti a dover fare i conti. Quanto intorno alla “dimensione stadio” si giochino partite “socialmente complesse” è possibile intuirlo nella testimonianza che segue dove, a parlare è un giovane della periferia genovese, slegato dai gruppi della tifoseria organizzata. Tifo al limite dell’anonimato ma, forse proprio in virtù di ciò, in grado di raccontarci qualcosa di non banale e secondario sulla realtà del mondo operaio e proletario delle nostre periferie metropolitane. Nell’intervista, raccolta nei giorni immediatamente successivi alla ripresa del campionato, con non poca sorpresa l’attore sociale, V. un giovane operaio di 22 anni momentaneamente occupato con contratto a termine in una ditta che lavora in appalto per una delle maggiori industrie cittadine, tocca solo marginalmente gli eventi che hanno riportato al centro dell’interesse pubblico il mondo delle tifoserie e racconta un’altra storia, quella di un proletariato giovanile senza storia e identità che, parafrasando Sieyès, considera il tifo e lo stadio, se non tutto, qualcosa (16).

Tu, pur seguendo costantemente i colori blucerchiati, non sei organico ad alcuna struttura. Con chi vai o ti ritrovi allo stadio?

Siamo un gruppetto che ci conosciamo fin da piccoli al quale si sono aggiunti altri con i quali abbiamo fatto amicizia sul lavoro. Non ci sono problemi con nessuno ma preferiamo rimanere così, per conto nostro, più autonomi.

Come valuti le iniziative, ed in particolare lo striscione sulle morti che vanno ricordate tutte allo stesso modo, appeso dagli UTC domenica scorsa?

Sono abbastanza d’accordo con lo striscione e con le altre iniziative che gli Ultras hanno preso. Se proprio dobbiamo farlo allora, i morti, ricordiamoli tutti. Però questa è una cosa che non faranno mai. Ci saranno sempre morti di seria A, di serie B e altri che non hanno neppure una serie. Non è che ci si può fare illusioni. Il mondo del calcio, intendo quelli che hanno in mano il business e lo spettacolo, funziona come tutto il resto e allora quella cosa lì è stata bene dirla sapendo bene che non la faranno mai.

Però, qualcosa di diverso questo mondo deve averlo, se lo segui con tanta passione?

Una cosa è la passione per il calcio, per la tua squadra e il mondo dei tifosi, un altro è il mondo del calcio, Biscardi, Moggi, Berlusconi e così via. Noi siamo una cosa loro un’altra.

È intorno a questo “noi” che dovresti raccontare qualcosa. Qual è la ragione per cui il tifo cattura, a tutti quelli che lo vivono come te, tante forze ed energie?

Perché se no cosa fai?

Cioè?

Allo stadio, nel tifo per la mia squadra, ho qualcosa di mio, qualcosa che mi appartiene. Come supporter ho un’esistenza, un’identità senza bisogno di essere vestito in un certo modo, avere una certa auto o far vedere di potermi permettere certe cose. Poi quando divento un tifoso nessuno mi chiede o sta a guardare cosa faccio nella vita. Ho la sciarpa, la bandiera, lo striscione e tutto il resto non conta. Allo stadio vivi una situazione di gruppo, di stare insieme, di socialità non gerarchica e quindi di uguaglianza che in giro non trovi da nessuna parte. Dimmi qual è la situazione in cui, prima di farti entrare, prima di dirti ok vieni, sei dei nostri, non ti passano al setaccio. Già se non sei vestito in un certo modo sei tagliato fuori e poi se, come me e i miei amici, fai un lavoro del cazzo nessuno ti guarda neppure in faccia. Ti inquadrano subito come tamarro e per te non c’è più storia. Guarda che questa è una cosa che te la ritrovi ovunque, persino nei centri sociali. Se arrivi tutto vestito largo, con i dredd, fai qualche lavoro figo, parli che nessuno capisce un cazzo di quello che dici e tutte ste cose qua allora ok, tutti ti considerano ma se non rispetti quel canone, sei fottuto, ti guardano come se fossi un alieno. Allo stadio questa sensazione di essere di troppo o fuori posto, invece, non ce l’hai mai.

Quindi, è possibile dire che lo stadio, per molti, e in particolare per chi vive nella profonda periferia, non ha un alto tasso di scolarizzazione e svolge lavori poco appetibili e socialmente di prestigio, diventa uno dei pochi luoghi, o forse l’unico, in cui è possibile trovare e coltivare un’appartenenza sociale senza discriminazioni?

È così. Lo stadio, per noi, è questa roba qua. Forse non è molto ma è qualcosa.

Bene, ma a questo punto torniamo ai fatti di Catania. Che rapporto ci può essere tra questi e la pratica del tifo?

Ma lì, da quello che si può capire, è che c’erano dei conti in sospeso da tempo. I motivi possono essere tanti e di tanta natura. Possono essere questioni che sono nate dentro allo stadio e che si sono trascinate fuori o viceversa. Ma può anche essere, non è mica tanto improbabile, che da una scintilla, nata forse per caso, sia montato poi tutto quel casino senza che nessuno lo avesse pianificato. Questa, anche se mi sembra l’ipotesi meno accreditata, potrebbe essere quella più vicino al vero. Immaginati una situazione, che può realizzarsi ovunque, di uno scontro tra la polizia e un gruppo di tifosi. Il gruppo di tifosi non scappa e reagisce. A quel punto intervengono altri poliziotti. Tutti gli altri tifosi cosa dovrebbero fare: stare a guardare? La cosa più probabile è che si buttino nel mezzo. Poi come va a finire dipende un po’ dal caso.

Quindi, secondo te, se scoppiano degli incidenti la cosa più probabile è che i tifosi, o almeno parti cospicue di questi, non si tirino indietro ma si buttino nel mezzo, quasi non aspettassero altro?

Quasi non aspettando altro è un’esagerazione ma credo che sia più vero dire che, dovendo scegliere, viene più naturale stare da una parte piuttosto che dall’altra. Alla fine ti viene per forza da stare con i tuoi. (V.)

Questo “stare con i tuoi” non è un semplice modo di dire ma rimanda a una dimensione esistenziale all’interno del quale il “senso di appartenenza” definisce in maniera precisa gli ambiti dell’inimicizia (17). Il lunedì successivo, alla ripresa del campionato, gli “esempi” forniti dai Boys della Roma (18) e i fischi lanciati della curva granata durante i minuti di silenzio per onorare la memoria dell’ispettore Raciti, sono diventati in breve oggetto di discussione da parte di molti. Un dibattito facilmente udibile, almeno in una città come Genova, nei bar, nelle strade, nelle piazzette dei quartieri periferici, o in alcune zone non bonificate del centro storico che, sembra quasi superfluo ricordarlo, mostrava non pochi apprezzamenti verso le iniziative dei Boys e dei Granata. Così come, un concerto non troppo pubblicizzato organizzato in una città del nord Italia dall’area Acab (All cops are bastards) la settimana successiva ai “fatti di Catania”, ha visto la presenza di oltre un migliaio di giovani abitanti delle locali periferie in un clima di festeggiamenti sulle cui origini vi era ben poco da indagare.
Una serie di comportamenti che non sembrano essere di buon auspicio per le donne e gli uomini del Palazzo che, nei confronti di mondi sociali non secondari, mostrano una conoscenza e sensibilità che ricorda assai da vicino quella manifestata dall’ultima regina di Francia. Ma la stessa sinistra cosiddetta radicale non sembra passarsela meglio, per almeno un paio di motivi. Il primo, in gran parte scontato, è il ritiro “cognitivo” della sinistra dalla periferia in quanto luogo non appetibile per un’attività politica che mira sostanzialmente a essere riconosciuta dal Palazzo. Il secondo aspetto è forse più interessante, meno noto e richiama alla mente le giornate drammatiche del luglio 2001. Non pochi tifosi, infatti, rimproverano ai militanti della sinistra l’averli lasciati soli a fronteggiare la polizia nelle fatidiche giornate del 20 e del 21 luglio 2001 ma non solo. Se l’abbandono del campo è considerato da alcuni un atto grave di codardia, non aver difeso sul piano pubblico (giuridico e politico) il “diritto di resistenza” messo principalmente in atto da queste quote di gioventù proletaria, della quale Carlo Giuliani ne rappresenta una buona sintesi, è stato percepito da tutti come un vero e proprio tradimento. Non stupisce pertanto che, a Genova, tutta quella quota di proletariato giovanile abbia repentinamente optato per scelte esistenziali lontano dalla politica o, anche se fortunatamente solo in minima parte, indirizzando le loro simpatie verso la “destra radicale”.
Ci troviamo sempre più di fronte a una gioventù operaia e proletaria “incazzata”, anche se sostanzialmente politicamente acefala, ma pur sempre pronta a “incendiare la prateria” portandosi dentro una serie di contraddizioni al limite della schizofrenia. Sempre rimanendo a Genova, lo stesso giovane operaio che, in fabbrica o sul posto di lavoro, si scontra con i capi e i guardiani, mettendo in atto pratiche di resistenza come il pestaggio dei vigilantes o il danneggiamento dell’auto del capetto, all’esterno è capace di partecipare a una manifestazione anti Moschea organizzata dalla Lega nord con relativa ronda anti – immigrati così come, al contempo, è lo stesso che tiene in scacco la città e la polizia, in seguito alla sentenza che spedisce il Genoa in serie C.
L’intreccio di questi temi meriterebbe un’indagine di ben altro spessore tuttavia, sulla base del poco che conosciamo è per lo meno legittimo affermare che, le nostre società, sembrano ben lontane dall’essersi lasciate alle spalle il conflitto (19) ma, al contrario, hanno creato le condizioni ideali perché, in un qualunque momento e per qualsiasi motivo, le periferie metropolitane prendano fuoco. L’esplosione delle periferie francesi, del resto, è lì a dimostrarlo.



(1) Si tratta del termine, per lo più dispregiativo, utilizzato per indicare una condizione sociale molto affine a quella del lumpenproletariat immortalata da K. Marx in Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma 1991 e sui comportamenti del quale si è soffermato W. Benjamin in La Parigi del Secondo impero in Baudelaire, in id. Opere complete, Vol. VII Scritti 1938 – 1940, Einaudi, Torino 2006

(2) Per una descrizione di queste aree socio/culturali si veda A. Castellani, Senza né chioma, né legge, Manifestolibri, Roma 1994 ma anche V. Marchi,, (a cura di), Blood and Honour, Koiné, Roma 1993

(3) 2 Per una ricostruzione e discussione di tale episodio si veda V. Marchi, Il derby del bambino morto, Derive Approdi, Roma 2006

(4) Per un’esauriente panoramica sui diversi approcci dell’antropologia culturale, la sociologia della cultura e della devianza in merito a questi fenomeni cfr. A. Dal Lago, Descrizione di una battaglia, Il Mulino, Bologna 1990 e R. De Biasi, You’ll never walk alone, il mito del tifo inglese, ShaKe edizioni, Milano 1998

(5) Per una buona ricostruzione di questi scenari cfr. G. Caldiron, La destra plurale, Manifestolibri, Roma 2001; P., Ignazi , L’estrenma destra in Europa, Il Mulino, Bologna 2000. Per quanto parzialmente datata rimane nell’insieme utile la ricerca di V. Marchi, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa, Koiné, Roma 1994. Per una riflessione recente u questi temi mi permetto di rimandare al mio E. Quadrelli, Left snobbery and the radical right in “aut – op- sy Digest”, Vol 25, Issue 28, London.

(6) Per una buona ricostruzione critica di questo processo Z. Bauman, La società individualizzata, Il Mulino, Bologna 2002 ma, per la sua più esauriente genealogia il testo insostituibile rimane M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978 – 1979), Feltrinelli, Milano 2005. Ho provato a discutere alcune ricadute del fenomeno in E. Quadrelli, La guerriglia senza territorio. Michel Foucault, Autonomia operaia e il “caso Germania”: “aatualità” di un dibattito, in Rote Armée Fraktion. Gli scritti della guerriglia urbana 1970/1997, Materiale Resistente, Bra (CN) 2006

(7) R. Luxemburg, L’ordine regna a Berlino, in Id, Pagine scelte, Edizioni Azione Comune, Milano 1963

(8) Il testo che, con ogni probabilità, riassume questo tipo di retoriche è M. Hardt, A. Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano 2004. Meno teorico ma per certi versi maggiormente esplicativo di questa “nuova” visione del mondo è A. Negri, Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli, Milano 2006

(9) Sulle ricadute empiriche inerenti alla globalizzazione in basso di cospicue quote di popolazione cfr., A Dal Lago, E. Quadrelli, La città e le ombre, Feltrinelli, Milano 2006.

(10) Per una discussione su questi temi si veda, A. De Giorgi, Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Ombre Corte, Verona 2002 e Id., Zero tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo, Derive Approdi, Roma 200, L. Wacquant, Parola d’ordine: Tolleranza zero, Feltrinelli, Milano 2000, Id., Simbiosi mortale. Neoliberismo e politica penale, Ombre Corte, Verona 2002

(11) Ancorché in forma letteraria e probabilmente in certa misura datata molte delle retoriche messe in circolo dall’intervista rimandano a L. N. Kenski, La notte dei lunghi coltelli, Longanesi, Milano 1965 e a E. Von Salom, I proscritti, Baldini & Castoldi, Milano 1994.

(12) Tifoserie che utilizzano una simbologia dichiaratamente riconducibile alla “destra radicale”.

(13) È stata la curva dei tifosi della Sampdoria la prima a denominarsi “ultras”, termine che si è poi generalizzato per indicare i gruppi di tifosi organizzati delle curve italiane.

(14) Un passaggio che ho provato a discutere in E. Quadrelli, Gabbie metyroplitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza, Derive Approdi, Roma 2005.

(15) Cfr., M. Davis, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano 2006.

(16) Il riferimento è alla fase risposta che Emmanuel – Joseph Sieyès offre alla domanda retorica: Che cosa è il Terzo stato? Nulla. Cosa vuole essere? Qualcosa. E- J. Sieyès, Che cosa è il terzo stato?, Editori Riuniti, Roma 1992

(17) In questo senso la dicotomia Amico/nemico sembra essere maggiormente allineata con il senso proprio datole da C. Schmiitt, Il concetto di “politico” in Id. Le categorie del “politico”, Il Mulino, Bologna 1972 piuttosto che una loro semplice declinazione simmolica, cfr. A. Dal Lago, cit

(18) Prima dell’inizio della gara, durante i minuti di silenzio per ricordare l’ispettore di polizia morto due settimane prima a Catania, con un’azione apertamente polemica, i Boys hanno girato le spalle allo stadio.

(19) Non nel senso indistinto e generico di conflitto sociale e/o culturale l’unico che, da gran parte delle aree politiche, non solo è riconosciuto ma valorizzato, bensì nel suo portato squisitamente “politico”, cfr. Schmitt, Il concetto di “politico”, in Id., Le categorie del “politico”, Il Mulino, Bologna 1972. Andando al sodo, ed è quanto le presenti brevi note hanno provato a evidenziare, “oggettivamente” le nostre società sono ben lungi dall’aver rimosso o risolto le contraddizioni proprie del modo di produzione capitalista, semmai le hanno ulteriormente dilatate. Che, tutto ciò, si mostri e manifesti in forme a dir poco confuse e al limite della schizofrenia non inficia il frame oggettivo in cui la questione si pone. Anche in questo, tuttavia, sembra esservi ben poco di innovativo. Il ripiego, in assenza di un’identità e di un collante di classe forte, all’interno delle suggestioni della Nazione, della Patria ecc. è un fenomeno che ha accompagnato l’intera storia delle classi sociali subalterne. In poche parole, le “masse”, o sono classe per sé oppure non possono che trovare una qualche ragione di essere nei vari surrogati messi in circolo dall’ideologia delle classi dominanti. Una storia vecchia come il mondo che, la cosiddetta era postmoderna, non sembra avere modificato più di tanto.

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