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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 15.03.07
Desaparecidos: cinque ergastoli per i torturatori dell'Esma
·

Unita

Desaparecidos: cinque ergastoli per i torturatori dell’Esma
Luigina D’Emilio

Cile, desaparecidos
Colpevoli. È questo il verdetto dei giudici della seconda Corte d’assise del Tribunale di Roma chiamata a giudicare Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Hector Antonio Febres, Jorge Raul Vildoza e Antonio Vanek. I cinque militari argentini accusati di aver procurato la morte dei tre italo-argentini durante il periodo della dittatura tra il 1976 e il 1983 nel paese Sud americano.

Il presidente Lucio Dandria legge la sentenza che li condanna all’ergastolo con la pena accessoria di 1 anno di isolamento in carcere, l’interdizione perpetua ai pubblici uffici e la pubblicazione della sentenza sui maggiori quotidiani italiani. Immediato l’applauso di Inocencia Luca, vedova di Giovanni Pegoraro e la famiglia Gullo, figli e nipoti di Angela Aieta. I desaparecidos di cui si parla nel processo. A loro gli imputati dovranno corrispondere anche la somma di 100 mila euro.

Ma in aula erano presenti in tanti a chiedere giustizia, dalle nonne di Plaza de Mayo (madri e nonne della Plaza de Mayo di Buenos Aires, la piazza antistante il palazzo della presidenza, dove le donne si riuniscono ogni giovedì dal 30 aprile del 1977 perché vogliono conoscere il destino dei loro congiunti), alle associazioni che assistono i parenti delle persone scomparse durante il regime. Un numero che impressiona, si aggirano attorno alle trentamila.

I militari dovevano rispondere delle accuse di omicidio volontario premeditato e aggravato dalle sevizie e dalla crudeltà: « hanno provocato la morte dei tre italiani dopo averne disposto od operato il sequestro e dopo averli sottoposti a tortura. L’eliminazione delle vittime sarebbe stata decisa nell’ambito del processo di riorganizzazione nazionale instaurato dalla dittatura militare argentina con il golpe del 24 marzo 1976».

Queste le parole del pubblico ministero, Francesco Caporale, che ribadisce l’appartenenza degli imputati al Grupo de Tarea istituito presso l’Esma (Scuola Superiore di meccanica della Marina) uno dei principali centri di tortura nel cuore di Buenos Aires, in cui oltre 5000 persone vennero fatte scomparire nei voli della morte. La prassi era tanto semplice quanto raccapricciante: i prigionieri che venivano caricati sugli aerei venivano addormentati con un sonnifero, poi dopo un´iniezione di sedativo più potente, venivano buttati vivi nel mare, un´esecuzione senza appello che i soldati argentini avevano appreso, insieme ad altri metodi controrivoluzionari, dai fuoriusciti francesi della guerra d´Algeria che avevano trovato riparo in Sud America».

L’inchiesta che ha portato all’arresto dei militari fu aperta nel dicembre 2000 al termine del processo svoltosi davanti alla stessa Corte d’assise per la morte di altri otto italo-argentini. In quell’occasione furono condannati all’ergastolo gli ex generali Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros ed a 24 anni di carcere gli altri ufficiali Juan Carlo Gerardi, Omar Hector Maldonado, José Luis Porchetto, Alejandro Puerta e Julio Roberto Rossin. Quella sentenza venne confermata in appello e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. Nonostante tutto, secondo una denuncia delle nonne di Plaza de Mayo, quegli imputati rimangono quasi tutti a piede libero, in Argentina.

Ma il ministro degli esteri, Massimo D’Alema, ha fatto sapere che: « l’Italia sta considerando la possibilità di chiedere l’estradizione dei militari argentini condannati in contumacia nel 2000». Il ministro ha anche ricordato l’esistenza di un accordo di cooperazione in materia giudiziaria con l’Argentina, che non prevede l’estradizione. Ma – ha aggiunto- «è giusto presentare una richiesta di estradizione, poiché le sentenze non possono restare sulla carta».

La giurisdizione italiana sulle vittime della dittatura argentina è stata ribadita da più sentenze, la Suprema corte in merito ha dichiarato che: «tali delitti non solo offendono un interesse politico dello Stato italiano, ma anche i diritti fondamentali delle stesse vittime, garantiti dalla nostra Carta costituzionale». Eppure nessuno dei militari incriminati era presente in aula perché non hanno riconosciuto la legittimità della giustizia italiana a giudicarli.

«La giustizia è ancora scarsa in Argentina» ricordano gli avvocati Marcello Gentili e Giancarlo Maniga, che hanno rappresentato la parte civile nel processo: « c’è soddisfazione per questa sentenza, ma in quel Paese la situazione è ancora critica ed è difficile averee delle risposte. Un episodio su tutti, spiega Maniga, alcuni testimoni chiave per dei processi che si sono svolti nel Paese sud americano, sono stati rapiti e, uno di questi, una volta rilasciato, ha detto di essere stato torturato per impedire che parlasse, comunque è stato aggiunto un tassello importante per punire i colpevoli di queste stragi. Ora si deve sollecitare il governo per l’estradizione di chi pur essendo colpevole gira ancora libero in Argentina».



Repubblica

La decisione della II Corte di Assise della capitale. Il processo si è svolto
in Italia perché alcune delle vittime avevano cittadinanza italiana
Roma, 5 ergastoli agli ufficiali argentini
che torturano e uccisero durante il regime
L’accusa aveva chiesto solo quattro condanne a vita. I fatti risalgono agli anni 76-77. Gli omicidi nel carcere dell’Esma
di ANNA MARIA DE LUCA

Roma, 5 ergastoli agli ufficiali argentini
che torturano e uccisero durante il regime

Il pm Caporale, oggi nell’aula bunker di Rebibbia
ROMA – Cinque ergastoli per cinque gerarchi militari argentini “per avere, agendo di concerto ed in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, cagionato la morte, dopo averne disposto od operato il sequestro, e dopo averli sottoposti a tortura, di Angelamaria Aieta e di Giovanni e Susanna Pegoraro. Con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione, ed adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso le persone”. Questa la sentenza con cui la II Corte D’Assise di Roma ha chiuso oggi, nell’aula bunker di Rebibbia, il processo Esma. Non un processo alla Storia ma un processo per tre vittime della Storia.

Il tribunale ha condannato i capi del centro di detenzione clandestina più grande del Paese, allestito nella Scuola meccanica della Marina: il capitano Jorge Eduardo Acosta, comandante del Servizio Informazioni e capo carismatico dell’Esma (“Escuela Superior de Mecanica de La Armada”, la scuola superiore dell’esercito), Alfredo Astiz, comandante di uno dei gruppi di sequestratori e torturatori, il capitano Jorge Raúl Vildoza, comandante dell’Esma, il prefetto navale Héctor Febres, responsabile del destino dei bambini nati dalle prigioniere sequestrate in stato di gravidanza e il contrammiraglio Jorge Vañek, comandante delle operazioni navali. Contro di loro, i due figli di Angela Maria Aieta, la moglie di Giovanni Pegoraro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri – che si è costituita parte civile nel processo – la Regione Calabria e la Provincia di Cosenza. E ieri sono arrivate in Argentina anche dichiarazioni di sostegno da parte di Massimo D’Alema e del sottosegretario Franco Danieli che hanno promesso l’impegno del governo per ottenere l’estradizione.

Angela Maria Aieta fu sequestrata nel ‘76 perché combatteva per i diritti umani e aveva anche la “colpa” di essere madre di Dante Gullo, leader della Gioventù peronista. I militari del Grupo de Tare fecero irruzione in casa sua e la portarono all’Esma. Dopo mesi di prigionia e torture fu gettata da un aereo nell’oceano, in uno dei voli della morte che resero tristemente famosi gli oscuri anni settanta. Un periodo protetto da muri istituzionali che hanno gettato ombre non ancora scomparse: appena tre mesi fa, in Argentina, è sparito un altro testimone chiave nei processi contro la dittatura. A conferma di quanto sia difficile ancora oggi parlare.

Susanna Pegoraro fu sequestrata in un bar di Buenos Aires. Era incinta e aveva 21 anni. Il padre, Giovanni, fu rapito solo perché aveva letto la targa della Ford Falcon che stava portando via la figlia. Dalle testimonianze di ex compagni di prigionia giunti a Roma, Giovanni Pegoraro fu ucciso poco tempo dopo il sequestro. Era uno di quelli che “non serviva”. A Susanna, combattente contro la dittatura, fu concesso di vivere. Fino al parto. Dieci giorni dopo, la sua bambina fu presa dalla famiglia di un militare.
E’ cresciuta senza sapere nulla del suo passato. La mamma di Susanna ha ritrovato la nipotina. Ma la giovane, ora ventinovenne ha deciso di non sottoporsi al test del Dna. E la Corte Suprema argentina le ha riconosciuto il diritto di non sapere. Nel corso del processo, testimonianza dopo testimonianza, è emerso anche il “rumoroso silenzio” dell’Italia e del Vaticano. Tanti sopravvissuti hanno chiesto al nostro Paese un aiuto che non è mai arrivato. Come il figlio maggiore di Angela Maria Aieta, che dopo essere riuscito ad arrivare, in modo rocambolesco, al Parlamento italiano è stato fatto sparire. O come le lettere dei vescovi argentini inviate a Roma. Si dovette aspettare il 29 settembre del ‘79 per sentire pronunciare, da papa Woityla, la parola desaparecidos.

Attraverso le parole dei sopravvissuti, tutti ex internati nel campo di concentramento, la Corte, udienza dopo udienza, è giunta a identificare il “Grupo de Tarea 3.3.2” articolato in tre settori: “intelligence”, con il compito di estorcere con la tortura dichiarazioni ai prigionieri, “operativo” per eseguire i sequestri illegali e “logistico”, per appropriarsi dei beni mobili ed immobili dei sequestrati. All’interno di questa organizzazione, il pm Francesco Caporale non ha potuto dimostrare il ruolo di Vanek nei tre omicidi, ma l’ergastolo è arrivato a sorpresa anche per lui, per l’evidenza dei reati commessi nell’Esma. La sentenza di oggi è l’ottava, in tutto il mondo. Ma le persone internate all’Esma furono più di cinquemila. Ne sono uscite solo trecento. Dal ritorno della democrazia, l’Argentina ha vissuto vent’anni di amnistie che hanno cancellato le condanne decise nell’85 e nell’86 dai magistrati del Paese. Da poco tempo sono state riaperte le udienze. I familiari delle vittime sperano che la sentenza di Roma, in questo particolare momento storico, possa avere risvolti oltreoceano, rimbalzando domani sulla stampa argentina. Così come è accaduto ieri con l’impegno dichiarato da Massimo D’Alema per l’estradizione. . “Oggi – ha commentato il sottosegretario agli esteri Franco Danieli – si è compiuto un atto di doverosa giustizia nei confronti dei 30 mila giovani uccisi e dei loro familiari. Un’affermazione del diritto che premia l’impegno delle Madres e delle Abuelas, ma anche quello del governo Kirchner e delle autorità argentine”.

(14 marzo 2007)

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