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25.07.18 L’autrice del post sullo smalto di Josepha: “Twittare è il mio lavoro. Mi finanzia CasaPound”
19.07.18 Come Verona è diventata l’incubatrice dell’odio
16.07.18 Una breve storia dei rapporti della Lega con i fascisti di Lealtà e Azione
6.07.18 KKK: il tramonto dei cavalieri bianchi
6.07.18 Salvini, Borghezio e l’alleanza con il neofascismo europeo nel libro-inchiesta “Europa identitaria”
26.06.18 In Ucraina i fascisti ammazzano i rom, ma l’Unione Europea tace
18.06.18 Mario Borghezio: dossier. Dall'estrema destra ordinovista agli arresti per bancarotta alla lega
3.06.18 Esclusivo: alla Lega sovranista di Matteo Salvini piace offshore
2.06.18 Lorenzo Fontana, il ministro della Famiglia ultracattolico che strizza l'occhio ai nazifascisti
31.05.18 Dai pestaggi ai blitz chirurgici: il vero volto di Casapound
3.05.18 Verona, dove comanda l’estrema destra
26.04.18 Gli antifascisti di domani
26.04.18 Fenomenologia dell'onda nera
4.04.18 Esclusivo: caccia ai soldi della Lega
2.03.18 I camerati abusivi di CasaPound: parenti e amici vivono gratis nel centro di Roma
1.03.18 Ma Pasolini non stava con i poliziotti
26.02.18 Chi sono i candidati di Forza Nuova: poliziotti, picchiatori, nostalgici delle SS e figli di mafiosi
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14.02.18 Trasformisti, fascisti, impresentabili e ras delle clientele: ecco le liste al Sud di Matteo Salvini
1.02.18 Ritratto del neofascista da giovane
30.12.17 La leggenda dell’«architettura fascista»: un dibattito distorto su memoria e spazio urbano
28.12.17 Fascisti su Facebook, a gestire i gruppi neri ci sono anche i poliziotti

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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio
a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 7.05.08
Verona rassegna stampa - 3 -
·

Verona nera Da Ludwig a Pietro Maso
Fascisti La città di Ordine nero e del grande spaccio di eroina
Ernesto Milanesi

La proverbiale «pazzia» di Verona riesplode, puntuale, anche dentro la cronaca nera. C’è Pietro Maso che il 17 aprile 1991, con tre amici, a Montecchia di Corsara ammazza i genitori Antonio e Rosa per l’eredità. Un caso emblematico, più ancora del serial killer Gianfranco Stevanin che sotterra prostitute nei campi di Terrazzo. Tuttavia la storia di Verona è contrassegnata da un «filo nero» tutt’altro che invisibile nell’arco degli ultimi decenni. La Bangkok d’Italia infestata dall’eroina negli anni 70 è stata crocevia dell’estremismo di destra in ogni variante, che fuori e dentro lo stadio Bentegodi resterà sempre vivo.
E’ la Verona di Ordine nero con Elio Massagrande. Ma soprattutto la «culla» della cieca violenza di Ludwig. «La nostra fede è nazismo. La nostra giustizia è morte. La nostra democrazia è sterminio». Così la macabra rivendicazione a Repubblica nel maggio 1981 dopo il rogo alla Torretta di Porta San Giorgio che costò la vita a Luca Martinetti, 17 anni. Ludwig (che si firma Gott mit uns) dal 25 agosto 1977 fino al 4 gennaio 1984 lascia una lunga scia di sangue: 15 morti e 39 feriti. Marco Furlan e Wolgang Abel ne sono i responsabili per la giustizia, anche se ci sono altre 13 vittime.
Furlan e Abel sono due ragazzi di buona famiglia che si ritrovano a piazza Vittorio Veneto nel quartiere bene di Borgo Trento. Classe 1957 il figlio del primario ospedaliero che otterrà il permesso per laurearsi in fisica a Padova. Due anni più giovane il tedesco con il padre ricco assicuratore e una frequentazione dei testi sacri del nazismo. Li arrestano, insieme, il 4 marzo 1984 a Castiglione delle Stiviere (Mantova) con una tanica di benzina in mano dentro la discoteca dove centinaia di ragazzi festeggiano il carnevale. Sarebbe stata un’altra strage firmata Ludwig.
La coppia debutta nell’estate 1977 con l’omicidio del clochard Guerrino Spinello bruciato nella sua auto a Verona. Poi tocca a Luciano Stevanato, cameriere gay bastonato a morte a Padova. La mattanza continua principalmente in Veneto: Claudio Costa, tossicodipendente, nel dicembre 1979 a Venezia; Alice Baretta ex prostituta a Vicenza; i frati Gabriele Pigato e Giuseppe Lovato uccisi a martellate a Monte Berico; don Armando Bison con un punteruolo a Trento; infine, gli incendi di un cinema a luci rosse di Milano e della discoteca di Monaco nel gennaio 1984. Poi ci sono le «piccole» storie di ordinaria violenza che Verona ha archiviato. Paradossale la cronaca che risale a maggio 1988: lungo il listòn a due passi dall’Arena, Giacomo Tramacere (19 anni, originario della provincia di Lecce) accoltella Gaetano Russo, 20 anni, napoletano. E’ l’epilogo di una rissa scoppiata fra una banda di paninari ed un gruppo di militari di leva. «Via, terroni, fuori dal nostro bar!». Luglio 1989, a Cazzano di Tramigna ci scappa il morto. Achille Catalani, 51 anni, maresciallo dell’Aeronautica in servizio al comando Nato, viene aggredito e strangolato da quattro veronesi Doc del paese vicino. La sua colpa? Essere un «terrone» che chiedeva tranquillità al gruppo che schiamazzava dopo aver bevuto.
Estate 1993, Sommacampagna. Violenza d’altri tempi frutto del lavoro nero. La «caporale» Norma Bonafini massacra di botte Ornella Gardini che si piega nei campi insieme agli extracomunitari. Fu Nilde Iotti a bollare duramente l’episodio: «E’ evidente che la donna che ha ucciso a botte una sua dipendente aveva una concezione di chi lavora con lei di uno schiavo. Non può non essere che l’immagine di una società in cui la violenza e il non rispetto della dignità delle persone diventa sempre più grande».


Nicola non ce l’ha fatta, e il sindaco Tosi minimizza
Arrestati altri due dei cinque assassini che hanno ucciso il ragazzo a calci. Per la destra veneta è stata solo «una bravata»
Giorgio Salvetti

L’altra notte si sono costituiti altri due giovani coinvolti nell’aggressione squadrista. Si tratta di Guglielmo Corsi, 19 anni, metalmeccanico, e Andrea Vesentini 20 anni, promoter finanziario. Anche loro sono legati agli ultrà del Verona e a ambienti di estrema destra, come Raffaele Dalle Donne, costituitosi l’altro giorno e già noto alle forze dell’ordine per precedenti aggressioni. Restano ancora latitanti due ragazzi, fuggiti all’estero con l’automobile della madre di uno dei due. Starebbero per consegnarsi alla polizia. Intanto, il consiglio comunale ha deciso di riunirsi per un’assemblea straordinaria giovedì pomeriggio. Al termine si terrà una manifestazione silenziosa davanti a palazzo Barberini, con in testa il sindaco sceriffo Flavio Tosi.
Non è ancora chiaro il ruolo esatto dei cinque ragazzi nell’attacco a Nicola Tommasoli, ma la dinamica della serata è ormai delineata. I cinque assassini si sono incontrati a Illasi, vicino Verona, intorno alle due sono andati verso lo stesso pub trovato chiuso da Tommasoli, che si era fermato sulla strada a fumare. A questo punto, con la scusa di chiedere una sigaretta, è scattato il pestaggio. Ora che Nicola è morto i cinque sono accusati di omicidio volontario o preterintenzionale. Gli altri due ragazzi aggrediti hanno descritto il gruppetto come delle «bestie che hanno agito senza motivo, stavamo passeggiando, ci hanno chiesto una sigaretta con un tono un po’ strano, noi abbiamo risposto di no. Poi un pugno, ci hanno preso alle spalle. Non ci insultavano, ci picchiavano e basta».
Il questore di Verona, Vincenzo Stingone, minimizza: «Le vere ragioni di questo gesto sono quelle della stupidità e della prepotenza». Il sindaco leghista ieri si è recato in ospedale a trovare Nicola Tommasoli. «Verona non è una città neofascista – ha detto – e non merita questa etichetta per colpa di pochi teppisti». E ancora, «rivolgo un sentito appello alle forze della sinistra radicale affinché la smettano di strumentalizzare quanto accaduto e smetterla di criminalizzare la nostra città, se non altro in considerazione del fatto che quattro dei cinque assassini non sono nemmeno cittadini veronesi». Poi l’ha messa sulla linea dura: «Questi ragazzi non rappresentano né Verona, né la borghesia, né i ragazzi bene, questi sono dei disgraziati, adesso dovranno pagare, e spero che la condanna sia la più dura possibile affinché resti ad esempio». La destra è sempre destra. Sulla stessa linea forcaiola e «negazionista» il presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: «C’è chi si esercita meschinamente nello sbandierare il pericolo di vessilli inesistenti come il neofascismo, c’è chi cerca di far passare la tolleranza zero verso ogni forma di illegalità per incitamento ad ogni genere di criminalità e violenza e chi lo fa è stato da poco punito dai risultati elettorali». Insomma, sarebbe stata solo una bravata avulsa dal contesto di una delle città più di destra d’Italia, nonostante legami evidenti con la mentalità fascistoide ultrà o con i gruppi naziskin veneti. Non è così per i ragazzi e le ragazze che ieri hanno manifestato a Verona raccontando una lunga serie di aggressioni fasciste.


E ora tutti gli antifascisti si vedano a Verona
Ieri sera un affollato sit-in, forse sabato un corteo antifascista contro le violenze
Orsola Casagrande
Verona

Un presidio molto partecipato a Porta Leoni ieri sera per Nicola Tommasoli, il ragazzo di ventinove anni massacrato di botte da un gruppo di giovani veronesi con la passione per le svastiche e per il Verona calcio. Un presidio dai tanti volti, unito in una richiesta: riprendersi il centro della città e dire basta alla violenza fascistoide alimentata da proclami e pratiche di amministrazioni che blindano le città, organizzano ronde anti immigrati, approvano delibere e ordinanze anti sbandati. Ieri sera al presidio c’era la Verona che non ci sta. Che è stanca di aggressioni e violenze gratuite verso chiunque venga percepito come «diverso». In città fin dal mattino si respirava un clima greve. Le notizie sulle condizioni sempre più gravi di Nicola Tommasoli si alternavano a quelle dei nuovi arresti. Altri due giovani sono stati arrestati. Come il primo, ragazzi «normali»: uno studente del liceo classico, un metalmeccanico, un promoter finanziario. Giovani normali uniti dalla passione per lo stadio e dal fascino esercitato dal machismo dell’estrema destra. Giovani normali con genitori normali che non sapevano normalmente nulla di ciò che i loro rampolli tenevano in casa e che ora si disperano. La normalità della violenza, dell’odio contro il diverso, chiunque esso sia. Nicola Tommasoli forse era diverso perché aveva risposto di no ai cinque che gli ordinavano di dargli una sigaretta. Ragazzi normali. «Un episodio su un milione», lo ha liquidato il sindaco leghista Flavio Tosi. No, ribattono i migranti del coordinamento migranti di Verona e i tanti veronesi che ieri erano al presidio. Un episodio come cento. Violenza gratuita, nata in un clima che è appunto quello della fobia securitaria, della bomboniera da preservare.
Reagire. Anche su questo sono d’accordo i tanti che ieri erano al presidio. Dal centro sociale la Chimica arriva la proposta di una manifestazione nazionale antifascista da tenersi già questo sabato. Si deciderà in questi giorni. Il sindaco Tosi lancia addirittura la sua manifestazione, giovedì dopo il consiglio comunale. Una sfilata silenziosa in solidarietà con la famiglia di Nicola Tommasoli. Perché il «nemico» è sempre meglio identificarlo al di fuori. Un corpo estraneo. Anche perché riconoscere che è nato in quel brodo di cultura da te alimentato, che quella è diventata la normalità, significherebbe riconoscere se stessi, guardarsi allo specchio. E questo evidentemente il sindaco Tosi non vuole farlo.
E invece, dicono i migranti, «in centro non ci possiamo più mettere piede». Aggressioni speculari a quelle che raccontano i giovani della Chimica. «Praticamente il centro è off limits». Vietato a tutti quelli che non rientrano nella normalità che sta bene al sindaco Tosi. Che è fatta di ultras di destra e giovani annoiati della Verona per bene che si divertono collezionando memorabilia naziste e usando lo stadio (o il centro cittadino) come palestra per mettere in mostra i loro muscoli e far vedere chi comanda in città. Così tutti hanno un episodio da raccontare. Chi è stato spintonato mentre passava in piazza Erbe, chi è stato menato, chi ha ancora le cicatrici di un accoltellamento, chi si è beccato una raffica di sputi e insulti.


da Liberazione

Le dichiarazioni di Fini ci provocano rabbia e indignazione

C’è un partito trasversale e “mutante”. Uno dei suoi leader (Calderoli) sarà ministro
Il disastro del discorso di Fini. Bisogna che la sinistra reagisca: andiamo a Verona a manifestare
L’Italia sotto il tiro della destra radicale

Piero Sansonetti
In Italia c’è una destra radicale molto forte, aggressiva, che sta assumendo un ruolo politico sempre più vistoso, perché condiziona i partiti, l’opinione pubblica, i giornali. Inizia ad avere un peso nell’intellettualità. Riesce a spostare l’asse della discussione pubblica, ad attirare forze e idee nel proprio campo, a smontare, pezzo a pezzo, la grande costruzione dello “spirito pubblico” che le correnti di pensiero laiche, cattoliche, liberali, comuniste e socialiste avevano realizzato negli ultimi sessant’anni, a partire dalla resistenza e dalla Costituzione. La destra radicale è una forza trasversale e anche un po’ mutevole, camaleontica, che passa dentro tutti i partiti del centrodestra, talvolta si insinua anche al centro, è fortemente rappresentata in alcuni giornali. E’ molto più forte di tutte le destre radicali europee. Già prima delle elezioni di aprile era la destra radicale più forte d’Europa, ora ha ulteriormente allargato il so potere ed è in grado di mettere la sua impronta, con molta decisione, sul governo.
Dove sta questa destra? Principalmente nella Lega, in alcuni settori della Lega, essenzialmente in quelli legati più alle idee xenofobe che ai problemi sociali o alle battaglie federaliste. Per fare qualche nome: Gentilini, Gobbo (i due sindaci di Treviso) e poi Borghezio, Calderoli (futuro ministro), il sindaco di Verona Tosi. Ma entra anche in Forza Italia, e soprattutto in An. Si sa che An ha radici fasciste, e non c’è da stupirsi che alcuni suoi settori fatichino a digerire la svolta liberale di Fiuggi, del 1995. Stupisce di più quando a sostenere le posizioni della destra radicale ed estremista sono i leader nazionali di An, o addirittura, come è successo lunedì, il suo comandante in capo, cioè Fini.
Noi su questo giornale – che è un giornale decisamente laico, un po’ spregiudicato; molti compagni pensano che sia troppo spregiudicato… – avevamo recentemente lodato Gianfranco Fini per alcune posizioni che ci erano sembrate decisamente avanzate sul tema dell’uguaglianza e sul ‘68. Ci siamo presi qualche contumelia da alcuni lettori, anche qualche insulto sul web, ma abbiamo tenuto il punto.

La dichiarazione di Fini in Tv (che paragona un omicidio al rogo di alcune bandiere, e addirittura sostiene che uccidere un ragazzo, senza motivo alcuno, è meno grave che protestare in modo sguaiato contro Israele e negare – rozzamente – il diritto di Israele ad esistere) ci provocano una indignazione e una rabbia incontenibili. Fini probabilmente non si è reso conto di quello che ha detto, appena un’ora dopo l’annuncio della morte di Nicola. Con le sue parole, e per puro amore di polemica verso sinistra, ha sminuito e ridotto a una ragazzata uno dei peggiori delitti degli ultimi anni. E si è rifiutato persino di accennare un ragionamento sul perché succedono queste cose, su dove sia l’incubatrice di questa violenza insensata e bestiale, su quali siano le colpe – non sue o di Berlusconi, o di Bossi, e neppure di Prodi o Veltroni – ma delle classi dirigenti di questo paese. Possibile che un personaggio del calibro di Fini non capisca che le sue parole non devono solo servire a far aumentare o scendere i consensi per il suo partito, o ad alimentare una certa polemica di ceto politico, ma hanno un valore generale, creano opinione, spostano modi di pensare, di sentire, di afferrare i fatti della vita e della storia? Sono queste cose, queste scivolate irresponsabili che danno fiato alla destra radicale, e la trasformano in fenomeno pericolosissimo per la nostra civiltà. Così come lo sono le demagogiche tirate contro i clandestini, o i rom, che spesso affascinano anche il centrosinistra, e distruggono i principi della convivenza, la cultura della tolleranza che è la gemma della cultura occidentale.
Io spero che Fini in queste ore si renda conto dell’errore, e ripari, corregga. Preferisco avere qualche argomento polemico in meno, nei suoi confronti, ma vivere in un paese più civile, meno feroce.
Ieri abbiamo chiesto ai nostri lettori di mobilitarsi per la tragedia di Verona. Oggi possiamo precisare gli appuntamenti: martedì prossimo ci sarà una assemblea cittadina, a Verona, alla quale partecipano varie associazioni, movimenti, partiti di sinistra, e servirà anche a decidere le scadenze successive. Intanto il coordinamento dei migranti di Verona ha indetto una manifestazione per sabato prossimo, sabato 17, nel pomeriggio a piazza Bra. La parola d’ordine è semplice: questa città così com’è non ci piace, vogliamo cambiarla. Questa città non è sicura per i migranti, per la povera gente, per le persone qualsiasi, non è sicura soprattutto al centro, perché il centro è dominato dall’ideologia del pugno duro, dalla legge del più forte, del più macho, e questa legge porta al moltiplicarsi e all’esaltazione della violenza. Pubblica o privata. Il coordinamento dei migranti dice che l’antidoto a questa violenza e a questa ideologia, non sono le ronde – aggressive a altrettanto guerresche e machiste – ma sono le piazza e le strada piene, pacifiche e allegre.
Noi di Liberazione diamo il pieno appoggio a queste iniziative e chiediamo ai nostri lettori di mobilitarsi, e di andare a Verona a partecipare alle iniziative di lotta. La sinistra non può restare a guardare di fronte al rafforzarsi della destra radicale. Non può pensare: ”è affare loro”. Se non entra in questa battaglia perde la sua funzione, il suo scopo. E’ inutile che ci aspettiamo che il centrosinistra, il Pd, si assuma questo compito. Spontaneamente non lo farà mai, è stato troppo segnato dalla svolta moderata dell’ultimo anno. Dobbiamo essere noi a spingerlo, a incalzarlo, a metterlo davanti ai fatti e alle responsabilità: coi nostri partiti, con la forza dei movimenti, coi giornali. Non siamo rappresentati in Parlamento, ma dobbiamo avere una forza politica tale che permetta alle nostre idee di irrompere in Parlamento.

P.S. Naturalmente non è che noi pensiamo che sia una bella cosa bruciare le bandiere israeliane. E’ un gesto assurdo, arrogante. Specie se compiuto non in occasione di una iniziativa culturale come è il salone del libro di Torino. Questo giornale ha già preso posizione varie volte, in modo nettissimo, contro il boicottaggio del salone, e dunque della cultura israeliana, e contro l’idea che debba essere negato il diritto di Israele di esistere. Protestare – come è legittimo e giusto fare – contro il governo israeliano e la sua politica di guerra e di oppressione del popolo palestinese, mai e poi mai può tradursi in un boicottaggio della importantissima cultura di quel paese. Confondere cultura e potere, in ogni caso, è un atto di totalitarismo. Noi speriamo che a Torino la cultura israeliana abbia tutto lo spazio che gli compete, e che ci sia il modo anche per dire che Israele ha diritto ad esistere, ed esiste, e che anche la Palestina ha questo stesso diritto, e che dobbiamo impegnarci perché possa esercitarlo, anche criticando aspramente il governo israeliano e lottando contro la sua politica.

07/05/2008

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