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5.03.20 Roma, il dossier sugli episodi di neofascismo in VII municipio
5.03.20 Argentina, trova lista di 12mila nazisti tra le carte di una banca in disuso: dentro, il tesoro sottratto a milioni di ebrei
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20.08.19 Fascismo del vecchio e nuovo millennio: viaggio “nel cuore nero” di Brescia
20.08.19 Sì, il problema di Roma è (anche) Casapound
9.08.19 Omicidio Diabolik, ex leader Irriducibili: "Nostre strade divise da tempo" - doppio filo, tra gli Irriducibili e Forza Nuova
9.08.19 L’Italia nera

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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 3.08.06
Ricordare i 15 partigiani fucilati il 10 agosto 1944 in Loreto
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Ricordare i 15 partigiani fucilati il 10 agosto 1944 in Loreto

da un iscritto all’ANPI

Invio questo documento per contribuire a chiarire il significato del 10 agosto a Milano. Penso che sia utile diffonderlo per favorire un’ampia partecipazione alla commemorazione di quest’anno, legandola alla scandalosa sentenza che il tribunale ha emesso contro 18 ragazzi e ragazze che l’11 marzo hanno manifestato contro la Fiamma Tricolore.

I 15 martiri di Piazzale Loreto

di Giovanna Giannini

Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al “covo” di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della ” Muti”, Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi, classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta ” Marelli” e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata “Garibaldi”. Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento ” Giustizia e Libertà”. Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944.

Erano in 15, accomunati dal desiderio di liberare la propria patria dal giogo fascista e nazista, condivideranno non solo lo stesso carcere, San Vittore, ma anche la stessa orribile e ingiusta sorte. La mattina del 10 agosto 1944 vennero svegliati all’alba, ognuno aveva in tasca un bigliettino col proprio nome, era il segno della condanna a morte. Con la loro esecuzione i capi nazisti volevano compiere un gesto di rappresaglia per l’esplosione di una bomba in viale Abruzzi. Furono scelti a caso, stipati su un autocarro, condotti a piazzale Loreto e qui uccisi all’impazzata. Le salme vennero ammucchiate a terra e fu impedito qualsiasi gesto di omaggio da parte della popolazione e dei parenti. I cadaveri erano sorvegliati da militi fascisti, alcuni dei quali non paghi di aver scaricato il loro mitra su uomini indifesi e innocenti, si prendevano il privilegio di ridere istericamente davanti a quel mucchio di cadaveri ancora caldi. La fucilazione fu eseguita dalla G.N.R. e dalla ” Muti” per appagare la sete di sangue di Teodor Emil Saevecke, all’epoca dei fatti comandante della polizia di sicurezza nazista. Era un potente gerarca del Terzo Reich, comandante dell’Aussenkommando di Milano, spietato governatore di San Vittore. Aveva 32 anni quando giunse la prima volta in Lombardia. Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945, periodo del suo soggiorno in Italia, Milano visse una stagione di terrore e sangue. Al termine del conflitto si ritirò indisturbato in Bassa Sassonia, pensionato dal 1971, dopo aver prestato i propri servigi alla Cia ( 1948) e aver percorso una brillante carriera nella polizia di Bonn. Strappato al suo quieto vivere, ricacciato col peso dei suoi crimini in un passato che non aveva mai rimosso, davanti all’accusa dell’eccidio di piazzale Loreto aveva reagito infastidito dicendo che si trattava di una montatura, che il magistrato italiano non aveva alcun diritto di frugare nella sua vita. Aveva poi aggiunto di essere stato già assolto anni prima dai tribunali inglesi e tedeschi. Theo Saevecke è stato in realtà un personaggio molto importante all’interno dell’ingranaggio nazista. Godeva infatti di notevoli protezioni da parte del governo tedesco, tanto che negli anni ‘60 fu velocemente archiviata un’inchiesta contro di lui. Nel marzo del 1963 però il consigliere di stato Gerhard Wiedemann fu inviato in Italia per fare chiarezza sul passato di Saevecke. Una sua foto ritrovata in modo fortunoso dal Comitato Combattenti Antifascisti di Berlino ed inviata a Milano per il riscontro, contribuì a togliere ogni dubbio. Saevecke era emerso a tutto tondo dai ricordi delle vittime come un criminale che aveva coordinato diverse stragi a cominciare da quella di Meina sul Lago Maggiore del 22 settembre 1943, quando 54 ebrei vennero massacrati da soldati della Divisione corazzata “Adolf Hitler”. Saevecke aveva alle sue dipendenze circa 20 ufficiali, 60 sottufficiali, una ventina di soldati oltre ad un nutrito gruppo di militari italiani, ma non si limitava solo ad impartire ordini, spesso aveva preso parte ai pestaggi e alle torture. L’elenco dei suoi crimini è incredibilmente lungo e agghiacciante, ricordiamo il caso più agghiacciante, quello di Salomone Rath sbranato da un cane durante un interrogatorio. Ai sabotaggi e alle azioni partigiane aveva risposto il Comando SS con una serie di stragi cominciate proprio nel luglio del 1944: il 15 tre fucilati a Greco, il 20 altri 3 a Corbetta, il 21 cinque fucilati e 58 deportati a Robecco sul Naviglio…..fino al 10 agosto 1944. Questo moltiplicarsi di stragi era dovuto al fatto che i tedeschi vivevano ormai con la paura di una insurrezione, ma la guerriglia partigiana alla fine si sarebbe imposta. Mussolini informato dell’eccidio di piazzale Loreto disse che quel sangue lo avrebbero pagato molto caro. Ma torniamo indietro a quella mattina per chiarire meglio come si svolsero i fatti. Il colonnello Giovanni Paolini, comandante della GNR di Milano, aveva ricevuto la sera del 9 agosto l’ordine del comando tedesco di mettere a disposizione per il giorno successivo un plotone di militi della RSI da utilizzare per la fucilazione di 15 ostaggi, per vendicare un attentato ad un autocarro della Wermacht avvenuto alle 8.15 dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi. Secondo il bando del maresciallo Kesselring dovevano essere uccisi 10 ostaggi per ogni vittima tedesca, ma in quell’attentato non era deceduto nessun tedesco, anzi i 6 morti ed i 10 feriti erano tutti italiani. A nulla valse il disperato tentativo del capo della Provincia Piero Parini per salvare quelle povere vite. Aveva dapprima tentato di mettersi in contatto con i comandi tedeschi e successivamente aveva inviato il comandante Pollini dal colonnello Kolberck, responsabile militare della piazza di Milano, per fargli presente che le vittime di viale Abruzzi erano tutte italiane e che se rappresaglia si fosse fatta, anche le autorità italiane dovevano esprimere il loro parere. Alle 5 del mattino del 10 agosto Pollini aveva informato il capo della Provincia che Kolberck non si era fatto trovare. In quello stesso momento i 15 morituri stavano per lasciare San Vittore. Nel ” Pro memoria per il duce” Parini aveva riferito che gli ostaggi erano stati svegliati alle 4.30 ed in cortile avevano consegnato a ciascuno una tuta per dare loro l’illusione della partenza per il lavoro in Germania. Sul registro del carcere era apparso annotato “trasferiti per Bergamo”. Arrivarono in piazzale Loreto alle 5.45, ad attenderli c’erano un ufficiale tedesco con 4 soldati. Furono disposti a semicerchio, qualcuno tentò invano la fuga entrando in una casa, ma fu raggiunto dai colpi dei fascisti. Per ordine tedesco i corpi rimasero sul terreno fino al pomeriggio inoltrato. Cominciarono a transitare per piazzale Loreto gli operai che si recavano al lavoro e tutti si fermarono ad osservare il mucchio dei cadaveri. Uno spettacolo tremendo che nelle intenzioni dei tedeschi avrebbe dovuto servire da monito alla popolazione. Su quei corpi straziati furono trovate fotografie di figli e di mogli su cui con grafia spezzata era scritto “Viva l’Italia”. Questa vicenda insieme agli altri delitti commessi durante l’occupazione nazista in Italia è emersa nei suoi particolari solo nel 1994, quando furono trovati 3000 faldoni occultati nell’archivio del Tribunale Supremo Militare di Roma, in un grande armadio con le ante rivolte verso il muro. Per quanto riguarda piazzale Loreto, verso la fine degli anni 90’ Saevecke subì un regolare processo durato un anno al termine del quale subì la condanna del carcere a vita, per aver commesso il reato di : violenza con omicidio in danno di cittadini italiani per aver cagionato, quale capitano delle forze armate tedesche, nemiche dello Stato italiano la morte di Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Salvatore Principato, Angelo Poletti, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, LiberoTemolo, Vitale Vertemati

tratto dal portale della Resistenza italiana

da indy

documentazione
r_lombardia


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