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29.04.20 Chi è Roberto Fiore? Biografia, affari e storia politica del leader di Forza Nuova
29.04.20 Strage di Bologna: così i neofascisti avrebbero pianificato la fuga prima della bomba
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Informazione Antifascista 1923
Gennaio-Febbraio - a cura di Giacomo Matteotti ·


pubblicato il 23.12.06
Opera (MI): 400 persone in piazza Fuoco e fiamme contro i rom
·

da Il Manifesto

Pima Pagina

Lega e An, raid contro i Rom
Attivisti neofascisti guidati dai consiglieri comunali di Lega e An danno fuoco a un campo allestito a Opera dalla Protezione civile per accogliere alcune famiglie nomadi cacciate dalla vicina Milano. La rivendicazione in municipio. Il sindaco ds: prefetto assente

POLITICA & SOCIETÀ pagina 07

Opera, a fuoco il campo rom
Lega, An e neofascisti distruggono «in anticipo» la tendopoli. Un raid pubblico e rivendicato
Il sindaco ds «Si governa anche con il cuore e l’umanità. Destra facinorosa, prefetto assente. Non ha garantito l’ordine pubblico»
Manuela Cartosio
Milano

«Atti vandalici», minimizza con lunghissima coda di paglia il prefetto Gian Valerio Lombardi. No, la notte brava di Opera, comune a Sud di Milano, deborda dal vandalismo. Almeno un centinaio di persone giovedì hanno dato fuoco alle tende che avrebbero dovuto ospitare un settantina di rom, 35 dei quali bambini. Per bruciare le tende ignifughe della protezione civile non basta un fiammifero. E infatti hanno usato le taniche di benzina. Poi, come guerrieri dopo la battaglia, hanno sparso i trofei bruciacchiati nella via principale della cittadina. L’antefatto è ancor più grave: il raid è partito dal cuore della civitas, il municipio. L’hanno aizzato e preventivamente rivendicato – megafono in mano – due consiglieri dell’opposizione, Ettore Fusco, della Lega, e Pino Pozzoli, di An. Un’azione a volto scoperto, in prima fila neofascisti «venuti da fuori» – «tutte facce note», dice il giorno dopo la Digos. La regia politica, però, è stata dei «capipolo» di Lega e An.
Che tirava una brutta aria lo si era capito alle 19 di giovedì. Mentre i tecnici della protezione civile stavano montando le tende nello spiazzo usato dai circhi e dalle giostre, qualcuno aveva spaccato i vetri delle loro auto, con il marchio della Provincia sulla portiera. Alle 21 la seduta del consiglio comunale – in calendario da un pezzo – non è neppure iniziata. Sala stracolma di gente vociante e assatanata. Fuori, stessa scena e stessi improperi all’indirizzo del sindaco, il diessino Alessandro Ramazzotti, e della giunta di centrosinistra. «Vi aspettiamo sotto casa, via da Opera gli zingari». Alle 22, un folto gruppo ha lasciato la sede del Comune dichiarando la sua meta: «Andiamo al campo rom». Per bruciarlo. A cose fatte, si sono appalesati in consiglio comunale due carabinieri. Più tardi sono arrivati «colonnelli, generaloni, digos e quant’altro», racconta sarcastico il sindaco. Giovedì pomeriggio, appena firmato il protocollo d’intesa con Provincia e Comune di Milano, aveva fatto presente al Prefetto che ci sarebbe stato un problema di ordine pubblico. «Ci pensiamo noi», aveva risposto Lombardi.
Il campo rom distrutto sarà «riallestito». Così ha deciso ieri mattina un vertice in Prefettura, disertato dal sindaco di Opera. Prima, mette le mani avanti Ramazzotti, i papaveri di Palazzo Marino «devono venire a Opera a spiegare che noi stiamo facendo un piacere a Milano». E lo devono spiegare soprattutto «ai loro amici di Lega e An». Su Opera, infatti, si è «scaricato» lo sgombero di 75 rom, avvenuto il 14 dicembre, a Milano. Stavano in via Ripamonti, su un terreno del gruppo Ligresti. Quello sgombero, a ridosso di Natale, non ha padri, né madri. Sembra successo per automatismi imperscrutabili. Ha mandato in bestia don Virginio Colmegna, della Casa della Carità, che corre senza soste da un campo all’altro per concretizzare il mandato martiniano della solidarietà sapiente. «Gente lasciata in maglietta all’alba, baracche spianate, bambini strappati dalla scuola. Io non me la sento di dire non m’importa», afferma il sindaco di Opera. Lui, certo, non si è autocandidato ad accoglierli. Il suo comune, di fatto, è stato precettato. Però si governa anche con il cuore e l’umanità, aggiunge. Conferma la disponibilità dell’amministrazione comunale ad accogliere «fino a marzo» i rom. «Ma tutti devono fare la loro parte, con senso di responsabilità». Il prefetto ha dimostrato di «non avere il polso della situazione», Lega e An «recitano due parti in commedia».
I «forsennati» leghisti e nazionalalleati hanno fatto il lavoro sporco. Sicuro che tante persone traquille, magari elettori del centro sinistra, sotto sotto non approvino? E’ possibile, concede il sindaco. «Ma non fermiamoci alla chiacchiere da bar, ci sono anche le decine di messaggi di solidarietà che sto ricevendo. La gente, se le cose si spiegano, capisce». E’ mancato il tempo d’informare la cittadinanza «e non per nostra scelta». Tutta colpa di uno sgombero improvvido che ha creato l’emergenza.
Matteo Armelloni (Prc), assessore alla politiche sociali a Opera, sa bene che paura e l’intolleranza verso i rom allignano soprattutto tra i poveri. «Giovedì notte, però, non abbiamo assistito a una delle tante manifestazioni di malcontento. E’ stata una spedizione squadristica, politicamente organizzata e rivendicata». Di «gravissima escalation» parla anche il segretario provinciale del Prc Antonello Patta che sollecita la magistratura a individuare i responsabili di un raid «indisturbato» per colpevole assenza delle forze dell’ordine. E invita tutti a partecipare alla festa che si tiene oggi a mezzogiorno al campo nomadi devastato. Con i rom.


da Il Giornale

Opera, 400 persone in piazza Fuoco e fiamme contro i rom

di Paola Fucilieri

Un vero e proprio blitz. Conclusosi con 6 tende della Protezione civile bruciate e altre 7 divelte nel campo che il comune di Milano sta allestendo a Opera – all’angolo tra via Borsellino e via Marcora – per i nomadi sgomberati in zona Ripamonti due settimane fa. Quasi contemporaneamente un’incursione di circa 400 persone hanno impedito al consiglio comunale di Opera di proseguire mentre altri portavano come un trofeo, davanti al municipio, parte di quelle tende bruciate.
A Opera i nomadi non li vogliono, è chiaro. Il sindaco Alessandro Ramazzotti (Ds), tra le 20 e le 21 di giovedì, ha tentato di illustrare al consiglio comunale e ai cittadini imbufaliti che affollavano l’aula il protocollo d’intesa appena raggiunto con le istituzioni milanesi per sistemare i 67 rom (di cui 34 bambini) che hanno dovuto lasciare l’accampamento abusivo di via Macconago giovedì 14 dicembre perché sgomberati dalla polizia. Il primo cittadino, però, si è dovuto interrompere perché il vociare di proteste gli impediva di parlare. E a nulla sono valsi i 15 minuti di pausa: Ramazzotti è stato costretto a sospendere il consiglio comunale mentre l’orda di gente, dietro incitazione dei rappresentanti della Lega, si riversava sulla strada e, bloccando il traffico davanti alla rotonda, agitava una specie di vessillo: il lembo di una delle tende che alcuni di loro avevano bruciato (probabilmente durante il consiglio comunale).
In via Borsellino l’altra sera, subito dopo il rogo, sono giunti i carabinieri della compagnia di Corsico, quelli del nucleo radiomobile di Milano e, ieri mattina, la Digos che, insieme ai militari, ha presidiato la zona, non recintata e decisamente poco vigilabile. Sul posto sono state trovate delle taniche di benzina. E, oltre ai leghisti, c’è chi giura che tra i piromani ci fossero anche esponenti dell’estrema destra.
Nei giorni scorsi a Opera era nato un vero e proprio vespaio di proteste quando il Comune e la Provincia di Milano – non appena deciso di approntare l’area verde all’angolo tra via Borsellino e via Marcora per il campo nomadi provvisorio, con le grosse tende azzurre riscaldate della protezione civile – avevano mandato subito sul posto le ruspe per iniziare i lavori. I residenti erano scesi allora sul piede di guerra, impedendo alle ruspe di andare avanti. E non erano stati solo i vertici della casa di riposo «Anni Azzurri» che si trova nell’area, ma tutti coloro che in quella zona stanno per andarci ad abitare.
«È un’area dove sono state costruiti molti alloggi nuovi. E dove la gente non vuole più andare a vivere ora che sa che accanto ci saranno i rom. Avevamo detto no al campo nomadi di Noverasco e adesso ne allestiscono uno lì accanto» aveva protestato il sindaco di Opera con il prefetto Gianvalerio Lombardi lunedì quando, in piena emergenza proteste, era stato avvertito solo a lavori già iniziati. Poi le polemiche sembravano essersi quietate e l’accordo con la Provincia raggiunto. Ma c’era chi attendeva solo il momento giusto per agire. Adesso l’area dell’incendio è sorvegliata 24 ore su 24. Nel timore di nuovi blitz.


Da Tgcom

23/12/2006

Milano, bruciate le tende dei rom
Proteste per allestimento campo nomadi

Molto più di una protesta quella scoppiata ad Opera, nel Milanese contro la creazione di un campo nomadi in un’area del comune. Circa 400 cittadini hanno interrotto il consiglio comunale per protesta e poco prima le tende, posizionate dalla protezione civile per ospitare i rom, sono state date alle fiamme. Secondo le forze dell’ordine protagonisti del blitz potrebbero essere stati gruppi di leghisti e dell’estrema destra.

Erano almeno 400 le persone che hanno fatto irruzione nel consiglio comunale di Opera per protestare la loro rabbia contro l’allestimento del campo nomadi. Da tempo il Comune e Provincia di Milano hanno individuato nell’area verde alla periferia di cittadina dell’hinterland, uno spazio adeguato per posizionare il campo che dovrebbe ospitare 70 famiglie. E nonostante le proteste, le istituzioni hanno fatto sapere che sul progetto non si arretrerà.

Nonostante tutto e nonostante l’inquietante segnale che si è concretizzato poco prima della protesta dei cittadini. Alcune tende allestite dalla protezione civile per ospitare il primo blocco di rom in arrivo, sono state date alle fiamme. Le forze dell’ordine ipotizzano che a compiere il gesto siano stati gruppi legati alla Lega Nord e all’estrema destra. accanto alle tende bruciate sono state trovate alcune taniche di benzina.


Da Il Corriere della Sera

Non ancora risolta la situazione nel comune in provincia di Milano
Campo nomadi a Opera, tende bruciate
L’atto vandalico compiuto da un gruppo di cittadini, forse organizzati. Occupata anche la sede del Consiglio comunale

MILANO – Doveva essere un rifugio temporaneo per l’inverno per 70 rom, tra i quali 35 bambini. Un campo di tende nel comune di Opera, in provincia di Milano. Ma una parte della popolazione non ha voluto saperne: gruppi che sventolavano bandiere di Alleanza Nazionale e della Lega Nord hanno fatto irruzione nel Consiglio comunale: in 400 hanno occupato la sala consiliare per protestare contro la creazione nell’area del campo nomadi.
Ma la protesta non si è fermata lì: alcune delle tende allestite dalla protezione civile per ospitare il primo gruppo di nomadi in arrivo sono state date alle fiamme.

24 dicembre 2006


Da L’Unità

Raid razzista a Opera, il campo rom sarà ricostruito

Nessun passo indietro, almeno così sembra, dopo il raid razzista a Opera, in provincia di Milano, dove un gruppo di attivisti neofascisti guidati dai consiglieri comunali di Lega e An hanno dato fuoco a un campo allestito dalla Protezione civile per accogliere alcune famiglie nomadi (80 rom regolari, fra cui 35 bambini) cacciate dalla vicina Milano.

«Quel campo, distrutto con un blitz inqualificabile, sarà ricostruito», fanno sapere Comune e Provincia, dopo un vertice nel municipio a Opera al quale, oltre al sindaco, Alessandro Ramazzotti, hanno partecipato anche il primo cittadino di Milano Letizia Moratti, il presidente della Provincia Filippo Penati e il prefetto Gian Valerio Lombardi.

Anzi, per “rassicurare” gli abitanti di Opera, la Moratti e Penati sono poi scesi in piazza avvertondo tutti che gli ospiti rom «rispetteranno le regole della convivenza civile» e che «sarà garantita la sicurezza pure all´esterno del campo». La sistemazione a Opera è inoltre solo «provvisoria». Sì, quella prevista sino al 31 marzo 2007 è solo una soluzione «transitoria». «passaggio fondamentale – spiega il presidente della Provincia – per le Istituzioni ambrosiane che vogliono costruire un modello sicuro che garantisca sicurezza ai cittadini, rispetto per chi vive nei campi e per chi vive nella legalità». Così ci saranno due presidi sociali: «Quello della Caritas per l´assistenza ai bambini e quello di sicurezza che tuteli sia i nomadi che i cittadini».

Non tutti condividono la decisione di riallestire il campo rom. I due consiglieri dell’opposizione, Ettore Fusco, Lega, e Pino Pozzoli, An, sono pronti a cavaòcare la protesta mobilitando di nuovo le proprie squadracce contro sindaco e istituzioni e in favore «del popolo».

Pubblicato il: 24.12.06
Modificato il: 25.12.06 alle ore 9.20


Da Il Manifesto

24 dicembre 2006
POLITICA & SOCIETÀ pagina 07

Dopo il raid razzista, il sindaco di Milano e il presidente della Provincia confermano: «Quel campo si farà lo stesso»
Opera, va in scena la festa agli zingari

Luca Fazio
Milano

Benvenuti nell’area circense. Dove finisce Milano e Opera ancora non comincia, si stende un grande prato intrappolato in un gomitolo di tangenziali. In inverno non ci sono nemmeno le giostre. La piazza è solo uno svincolo per scappare via. Da una parte svettano le nuove e non ancora asfaltate case degli operesi, da non confondere con gli operai, anche se la composizione sociale è quella: una vita scandita dal mutuo ma tutti con il box e orgogliosi di essere altro da Milano. Operesi, di destra e di sinistra. E dall’altra parte il nulla, un pantano che avrebbe dovuto ospitare, fino a marzo, un campo per settanta zingari, compresi trenta bambini.
Le tigri, eccole qui. Ma il circo è finito. Anche oggi presidiano e imprecano. Ma piagnucolano, perché la televisione – a loro, che hanno votato il sindaco diessino – gli ha dato dei violenti e fascisti; e perché, suvvia, per bruciare le tende della protezione civile, schiaffeggiare gli addetti e sventolare brandelli di trofeo come in un horror girato in Alabama, per quello «basta poco, un accendino, una scintilla». Chi è stato? «Ma sono stati tutti…». Sanno anche nomi e cognomi. Tempi duri per i cacciatori di fascisti duri e puri. I professionisti dei raid di stampo neonazista, nascosti sotto il cappellino della curva, ci sono eccome: ma solo qualche testa rasata con il tricolore sul giubbotto, qualche «forzanuovista» nemmeno troppo in incognito che confabula democraticamente con la polizia, il resto…fa ancora più impressione. Sono relazioni ritrovate, ci si riconosce, le mamme (per definizione) hanno i figli piccoli, si gioca a palla, dare addosso agli ultimi, da qualche secolo, favorisce la coesione sociale. La «sinistra» lo sa, e generalmente scappa a gambe levate, anche se Opera sta diventando un piccolo laboratorio per imparare a gestire con la testa il «problema» che non ha mai avuto una «soluzione».
Dopo il raid, le tigri borbottanti vanno domate, anche perché a essere precisi (magistrati e poliziotti, a volte, sono molto ma molto precisi) potrebbero dover rispondere di devastazione, incendio, istigazione all’odio razziale, violenza, eccetera. Non ci risultano fermi. Strano. Fa impressione vedere il leghista Borghezio che si agita nelle improbabili vesti del domatore, con la coda tra le gambe. Le sue tirate le fa, «figli di puttana» di qua e «continuate a rompere i coglioni» di là, e però invita a essere «pragmatici», a valutare e distinguere, in uno spreco di congiuntivi srotolati a caso. Qualcuno mugugna, i più furbi hanno capito. La notizia è che la polizia e i carabinieri, o meglio chi rappresenta lo stato anche in quel di Opera, deve aver suggerito agli agitatori locali di An e Lega che il panettone potrebbero mangiarlo a San Vittore. Sotto natale, c’è da restare stupefatti: il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, allora esiste, anche se gli uomini che lui avrebbe dovuto dirigere, di concerto con la questura, l’altra sera hanno lasciato il campo libero a una vergognosa azione squadrista, anche annunciata.
L’uomo è sul luogo, alla conferenza stampa preparata al municipio, e resta senza parole quando l’europarlamentare del Prc, Vittorio Agnoletto, gli chiede conto dell’incredibile assenza della forza pubblica (farà una interpellanza parlamentare). Il prefetto sgrana gli occhi, è un uomo sotto tutela e il suo tutor si chiama Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano, diessino pragmatico col pallino della sicurezza. Per una volta coraggioso. Il campo nomadi si fa, questo ci tiene a ribadire Penati dopo il raid, «e i responsabili vanno individuati e puniti» (applausi da tutto il parterre targato Prc). Al suo fianco, e capita spesso, siede il sindaco di Milano-faccio tutto Io, Letizia Moratti. Quegli zingari, fino a due settimane fa abitavano a Milano, e lei ieri è «scesa» fino a Opera per ringraziare il sindaco locale e per saldare ancora di più quel «tavolo istituzionale bipartisan» che sta cercando di trovare soluzioni mediate tra sinistra e destra. Forse, è finita l’epoca Albertini. E il sindaco di Opera, Alessandro Ramazzotti (Ds), stravolto per una decisione che gli è capitata fra capo e collo, finalmente può tirare un mezzo respiro di sollievo. Almeno fino al 28 dicembre, quando la Protezione civile, protetta dai poliziotti, rimonterà le tende per gli abitanti dell’ex campo di via Ripamonti.
Dieci giorni fa li hanno lasciati mezzi nudi in mezzo alla strada. Il solito sgombero, con il solito corollario di oggetti sfasciati dagli uomini della polizia locale (vigili), strumenti musicali compresi. Ne devono aver recuperato qualcuno perché, mentre il comitato razzista strepita, stanno suonando nel campo da basket dell’oratorio. Un po’ in disparte come sempre, ma almeno per un giorno circondati dall’affetto obbligato di chi di tanto in tanto sente il dovere di distinguersi dai razzisti, dagli indifferenti e da chi sostiene che quando si parla di nomadi c’è poco da fare… Su tutti vigila don Virginio Colmegna, l’uomo ragno della chiesa milanese. Risolve problemi. Qualche zingara mima uno svogliato passo di danza, i bambini giocano e i volti della sinistra istituzionale (Farina, Muhlbauer, Quartieri) si concedono una salamella alla griglia. Cucinano gli scout. Poi tutti al dormitorio pubblico di viale Ortles. «Ma papà sono poveri?». No, sono zingari.


Da Il Manifesto

24 dicembre 2006
POLITICA & SOCIETÀ pagina 07

«Non siamo fascisti»
Il ventre degli operesi vota a sinistra ma non vuole i Rom
I residenti rivendicano l’assalto contro il campo nomadi incendiato. «Non li vogliamo».

Sara Farolfi
Milano

«Hanno fatto passare un centinaio di noi per fascisti e razzisti, gente di estrema destra», urla Oreste. Piccolo di statura, mani consumate dal lavoro e baffi pronunciati. Lui che il sindaco di centrosinistra l’ha votato, «anche se adesso sarebbe da torcergli il collo». «Ha voluto fare il furbo il sindaco – dice stizzita Mina, sulla settantina, lei che a Opera ci vive dalla metà dei ‘70 – Ha voluto fare quello che mia nonna diceva che si fa con la gallina». Spiumarla senza farla strepitare.
Ma gli operesi, invece, mica sono come le galline. Se li spiumi, strepitano. E ieri era tutto uno strepitìo, al presidio del comitato anti-rom raccolto al limitare dell’area circense dove le tende della Protezione civile sono state date alle fiamme, come anche fuori dal sagrato della chiesa, dove le musiche dei rom tentavano la strada di un avvicinamento che sembra impossibile. Il ventre di Opera, anche se con diverse sfumature, parla una sola lingua. Pre politica, qualcosa che viene prima delle divisioni tra schieramenti partitici. Qualcosa che cova nelle pance, che nutre appetiti e colma insicurezze. Qualcosa di sensibilissimo, perciò stesso, alle strumentalizzazioni. «Siamo pronti a usare il fuoco di nuovo» minaccia Alberta, piccoletta sulla cinquantina, quando nel tardo pomeriggio, al presidio ancora numeroso si capisce che sì, forse il natale passerà anche tranquillo, «ma poi quei rom da qualche parte bisognerà pure sistemarli». Argomenta Pia, fuori dal sagrato della chiesa: «Mi ha detto la Lina che a quei bambini gli hanno bruciato pure le cartelle, se è per qualche cartella…gliela posso comprare anche io». Un briciolo di compassione? «Qui, non se ne parla!».
Nel ventre di Opera (e dappertutto) gli zingari «rubano, sporcano e portano malattie», per la testa rasata e per la chioma imbiancata fuori dal sagrato, per chi vota Lega ma anche per chi ha votato Rifondazione comunista. Alla messa della mattina, il parroco l’ha detto chiaro e tondo, senza accoglienza, nessuna messa: gli operesi l’hanno disertata. Anche la religione, in questo caso, va a farsi benedire: «Andremo a messa a Milano». Di carità cristiana ha parlato don Danilo. «Carità cristiana? – borbotta un signore – E allora che lo tiri fuori Milano il cuore». «Ma quale carità, questi non lavorano, non pagano nemmeno le tasse» risponde l’amico, stessa età, vicino alla pensione. «Attento però, così ti scambiano per leghista». Non ci sta: «Eh no, leghista però no, allora non mi sono spiegato bene».
Tutti sanno che quei rom sono stati cacciati dalle loro case, che i bambini vanno a scuola, e che la Casa della Carità di don Colmegna garantisce per loro. A pochi metri dalla festa, una signora pronuncia parole di accoglienza. Un ragazzo sulla trentina, mano nella mano con la sua fidanzata, le urla in faccia. «Lei non si rende conto, qua si lavora, ci si fa il culo, io ho anche delle sorelline, e poi il sindaco cosa fa? Ci piazza gli zingari dietro casa» – paonazzo in volto, prima di essere allontanato dalla polizia. «Il fatto è che così, a mettere tutti quegli zingari qui, si rischia di dare adito alle ragioni di chi sostiene che rubano», suona l’unico timido tentativo di spiegazione. Ma ormai, istinto e ragione sono tutt’uno, si cementano a vicenda. Per uno come Borghezio è facile cavalcarlo. «Non abbassate la guardia» dice prima di andarsene. Ma lì, in quel coacervo di identità minacciate e appartenenze pericolanti, nessuno ha intenzione di mollare. In fondo la lingua del ventre, anche quella che non ha il coraggio di esplicitarlo, racconta la stessa paura. E per ascoltarla, non c’è nemmeno bisogno di drizzare le orecchie in un presidio razzista: basta il «microfono» aperto di Radio Popolare.


da Il Giornale

Rogo di Opera, sale la tensione: domani tornano le tende dei rom

di Redazione

La quiete dopo la tempesta. Un Natale tranquillo per i circa 70 rom sgomberati la scorsa settimana da via Ripamonti e che dovevano essere ospitati nella tendopoli allestita da Comune e Provincia ad Opera, e data alle fiamme per protesta da alcuni cittadini. I nomadi hanno trascorso il 25 dicembre alla Casa della Carità, con il pranzo servito dai volontari di don Virginio Colmegna. Ma è stata una giornata di tregua anche ad Opera, dopo le fiamme, i sit in, le polemiche contro l’arrivo dei rom. Un nuovo temporale però rischia di scoppiare già da oggi: in mattinata è previsto un nuovo presidio degli abitanti, nei bar prosegue la raccolta firme per chiedere le dimissioni della giunta di Opera e il sindaco Alessandro Ramazzotti, per attutire le tensioni, oggi incontrerà le delegazioni di cittadini e associazioni per illustrare il patto di socialità stabilito con il prefetto Gian Valerio Lombardi. Ma il clima rimane «caldo», domani le tende dovrebbero essere riposizionate e le forze dell’ordine considerano le operazioni «a rischio», tanto che il piano della questura prevede che i lavori avvengano sotto la scorta di decine di poliziotti e carabinieri. Non si sa, invece, se abbia origine dolosa l’incendio di una roulotte avvenuto ieri intorno alle 17 al campo rom di via Triboniano.
Preoccupa, specie alla luce del rogo di Opera, la crescita delle presenze dall’est in città. I romeni iscritti all’anagrafe sono più che raddoppiati in 5 anni, da 2.160 a 5.902. Ma accanto ai regolari c’è «l’arrivo continuo di clandestini, e la situazione dei rom è paradigmatica», afferma il vicesindaco Riccardo De Corato. Che non fa mistero di quanto la situazione possa a breve diventare esplosiva: «Dal primo gennaio per effetto dell’ingresso della Romania nell’Ue, il flusso da questo Paese potrebbe essere di circa 40mila persone». I dati raccolti dal Settore statistiche sociali del Comune, peraltro, dimostrano che la politica di integrazione sta dando buoni frutti. Dal 2003 al 2004, ad esempio, per effetto della sanatoria, c’è stato un netto aumento degli immigrati regolarizzati, circa 34.859 persone. «Numeri che dimostrano – puntualizza De Corato – che quando il Comune parla di politiche di assistenza e integrazione lo fa con cognizione di causa, mettendo in campo risorse e strutture per garantire legalità, sicurezza e vivibilità ai regolari». Ma Milano «sostiene da sola una situazione difficile e delicata che vede da una parte la necessità di continuare a garantire un percorso di integrazione ai regolari, dall’altra la necessità di fronteggiare il continuo ingresso di clandestini».
In 5 anni sono circa 70mila gli stranieri che hanno scelto Milano come «seconda casa», è salito dunque a 170mila il numero degli immigrati regolarmente iscritti all’anagrafe. Significativo l’aumento dei moldavi aumentati addirittura di 8 volte (dai 149 nel 2002 ai 1.267 al primo dicembre 2006) e degli ucraini (da 296 a 3.435). I filippini si confermano la popolazione più numerosa (oltre 27mila) ed è in continua crescita la presenza cinese (da 8.760 a 13.914) e cingalese (sono 10.259). Raddoppiato in 5 anni il numero degli egiziani mentre gli ecuadoriani che nel 2002 erano poco meno di tremila, oggi sono quattro volte tanto.

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